Liscio come il ghiaccio

di Nelv


Biagio l’Orientale ha un rapporto difficile con il pattinaggio – già dire che è difficile, in realtà, è dire troppo, dal momento che il rapporto è inesistente.

Quando viene invitato al Palaghiaccio di Trento, sono due le conversazioni che gli tornano alla mente.
La prima, risalente a diversi anni prima, riguarda un amico che, in occasione dell’allestimento della pista nella piazza del natìo borgo selvaggio, lo invita a provare:
– «Io pensavo di andare domani, dopo pr-»
– «Domani? No, guarda, il giorno dopo ho la versione e penso che starò tutto il giorno a studiare, scusami.»
– «Non c’è problema, possiamo andare il giorno dopo.»
– «Avevo già preso impegno, veramente… sono fuori tutto il pomeriggio.»
– «Ok, all-»
– «Ma se ti trovo qualcuno con cui andare e ci risentiamo a primavera?»

La seconda è una conversazione con parenti medici.
– «Hanno messo la pista!»
– «Eh sì! Tra un po’ cominciano ad arrivare le persone con i denti in mano, vedrai.»
– «…davvero?»
– «Ma sì, i denti rotti sono la cosa più comune. Poi c’è chi cadendo si taglia la lingua, chi si taglia le dita perché ci passano gli altri sopra con i pattini – sono affilati, sai? -, insomma, si vede un po’ di tutto!»
– «Ah.»
– «Comunque, tu ci vai?»
– «…»
– «Davvero, basta che stai attento! E poi ci sono io nel caso!»
– «…grazie?»

La seconda giustifica in un certo qual modo la reazione nella prima, nulla giustifica il terrorismo psicologico esercitato dal parente medico.

Questa volta, tuttavia, Biagio mette in gioco denti, lingua e falangi ed entra nell’arena, la quale, col passare dei minuti, assume nella sua mente diverse sembianze:
– Ruota per criceti;
– Interno di anfiteatro (scambierebbe volentieri il ghiaccio per un po’ di sabbia e leoni);
– Via crucis ellittica.
Quando l’ultima visione è ormai pienamente concretizzata, le sue impronte digitali sono ormai su ogni centimetro del bordo della pista, gli altri pattinatori hanno per lui uno sguardo compassionevole – e si scostano rispettosamente al suo passare – e l’equilibrio è precario non tanto per un eccesso di moto quanto per un eccesso di inerzia. Entrerebbe ormai di diritto in un romanzo di Svevo, e decide di elemosinare uno strappo a casa per completare l’opera.
Per dovere di cronaca, mettiamo a verbale un paio di cadute, e diverse decine di affannose perdite di equilibrio non sfociate in tonfi.

Ma è la saggezza lituana di Nicolaj che, in serata, sintetizza egregiamente la giornata:
«La fortuna è cieca; la sfiga ha imparato il braille.»
(anche nella versione: «ma la sfiga colpisce pure al buio.»)

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