Generalizzazioni affrettate

di Nelv


Le facoltà scientifiche sono, in linea di massima, quelle che maggiormente contribuiscono a creare delle deformazioni professionali, a patto di uscirne vivi e trovare una professione – entrambe ipotesi azzardate, a dire il vero -; è pure vero che il più delle volte ad uscirne vivi e trovare una professione sono menti già abbastanza deformi di loro in partenza, e così non è previsto nessun indennizzo per chi decide di dedicare la propria vita alla scienza.

(Del resto, spesso fare scienza non è tanto una professione quanto una vocazione. A ben, guardare, non sono poche le analogie con la casta sacerdotale: il rispetto totale ed incondizionato per libri che nessuno ha mai veramente letto, almeno non nella versione originale; gli incontri in luoghi tirati su da gente che della materia non capisce assolutamente un tubo; l’accettazione formale di regole poi “dimenticate” o variamente eluse; la contribuzione più o meno diretta a immani stragi; l’obbligo al celibato.)

Bisogna avere presente che basta già superare più o meno incolumi l’esame di Analisi I perché si comincino a risvegliare tic nervosi prima sconosciuti quando qualcuno proferisce banalità come «A tutto c’è un limite!», o perché si trovi incredibilmente ilare la punchline «Occhio al quadrato!» al sopravvenire di detti salomonici.

L’ultimo esempio disponibile è piuttosto recente: l’Orientale, in vista di una partita in LAN ad Age of Empires II – non possiamo più organizzare crociate, quindi ci si arrangia – si reca in un negozio di informatica.
Quando il rivenditore, ignaro del fatto che col procedere della triennale i fisici iniziano a ragionare in micron, si rifiuta di srotolare il cavo di 3 metri per far avere alla clientela un’idea di quanto sia effettivamente lungo – opponendo un «3 metri sono 3 metri in qualsiasi parte dell’universo!» – non può aspettarsi risposta più cortese di un gelido «Quasi».
E infatti così è stato.
Lo sventurato non rispose.

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