I responsabili del terremoto

di Nelv


La scusa più credibile che mi è venuta in mente fino ad ora: “Sono in ritardo di un giorno perché volevo vedere come sarebbe stato cambiare l’orario a seconda della longitudine anziché della latitudine*”. Aggiungerò a mia discolpa che non ci ho pensato molto, non volendo aggravare la mia situazione – del resto io la puntualità pare la sia andata perdendo per strada, più o meno da Gennaio in poi.
Tutta opera di Nicolaj.

Ieri sono arrivato in stazione che erano ormai le 10, e ho cenato verso mezzanotte. In TV davano “L’ultima parola”, che sarebbe l’Arena di Giletti se Giletti fosse pelato.
Si parlava degli eventi sismici di Modena, e ad un certo punto il qualunquista quadratico medio (q.q.m.) del pubblico ha evidenziato con fare polemico come, nonostante tutto il tempo trascorso, ancora non si fossero trovati “i responsabili del terremoto dell’Aquila”. Curiosamente tra gli ospiti si trovava – cosa non comune nei talk show odierni – qualcuno, non ricordo bene chi, con una statura intellettuale probabilmente superiore a quella del lemure, che ha fatto notare che “trovare i responsabili di un terremoto è un po’ difficile”.

Mi ha colpito perché, imho, una frase del genere – quella del q.q.m., dico – non è indice solo della confusione morfosintattica nella testa del poveretto, ma anche e soprattutto della tendenza generica a voler trovare colpe – in ultima analisi, cause – per tutto ciò che accade, e in particolare cause che siano a misura d’uomo.
Lo spostamento di una faglia non è a misura d’uomo. Qualcuno che poteva prevedere il terremoto e non l’ha fatto, o ancora meglio qualcuno che con una trivella si è messo a shakerare le abitazioni, modenesi o aquilane che siano, questo sì che lo sarebbe, e questo si va cercando. Comprensibile, ma comunque deprecabile.

E non lo si fa solo per i terremoti!

Visto che ho già spinto questo post al di fuori delle sue modeste possibilità, esagero e chiudo con una poesia di Pessoa che pare abbastanza adatta all’evento:

«Stanca essere, sentire duole, pensare distrugge.
Estranea a noi e fuori,
frana l’ora, e tutto in essa frana.
Inutilmente l’anima piange.
A cosa serve? E cosa deve servire?
Abbozzo pallido e lieve
del sole invernale che ride sul mio letto…
Vago sussurro breve.

Delle piccole voci con cui il mattino si desta,
della futile promessa del giorno,
morta sul nascere, nella speranza assurda e remota
nella quale l’anima confida.»

Ma quanto è brutto chiudere l’anno accademico con un post così serioso!

*: Più tardi, per puro scrupolo, ho cercato su Wikipedia le definizioni di longitudine e latitudine. Meno male che non ho deciso di fare il geografo (?).

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