Per un pugno di sàccari

di Nelv


«Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra, talvolta vediamo la vita nell’aria. E la chiamiamo polvere.» [da Margherita Dolcevita]

L’altra mattina sono uscito di casa in fretta e furia – ho sempre paura di perdere l’autobus, anche se alla fine arrivo in fermata con un buon anticipo -, e ho sbadatamente lasciato dello zucchero in prossimità della finestra aperta. Aperta perché qui fa caldissimo.

Malauguratamente delle formiche si sono introdotte in cucina, e di lì sono partite alla volta del corridoio – fortunatamente quando sono rientrato in casa e le ho viste non dovevano aver da molto scoperto questa locale El Dorado, e ho avuto tutto il tempo di arginare, e infine respingere, l’invasione. In realtà non ne ho avuto tutto il tempo, perché mezz’ora dopo sarebbe partita una serata all’insegna di giochi da tavolo e in lan alcolici e discinte fanciulle con Biagio l’Originale e compagnia, sicché la repressione è stata frenetica e avventata quanto l’iniziale dimenticanza dello zucchero.

Insomma, ho seguito la scia delle formiche con abbondanti quantità di insetticida, il cui odore continua ad aleggiare in casa nonostante più passate di straccio (in effetti ne ho spruzzato un po’ troppo), ho trovato in itinere una presina dietro al forno, ma non l’ho presa per non piegarmi, e alla fine sono uscito in orario.

Lo scrivevo perché mi era sembrata un’interessante metafora, solo che non saprei per nulla dire di cosa – forse si potrebbe partire elucubrando su quale diritto avessi di sterminare una tale quantità di insettini, osservare che in fin dei conti mi hanno aiutato a trovare qualcosa di buono, la presina, e che, si noti, per pigrizia l’aiuto è andato sprecato, e infine considerare che per ucciderle mi sono intossicato.

Poi c’è anche questa cosa delle formiche, che secondo me sui libri di biologia c’è scritta poco ed invece è interessante: le formiche sono, nel complesso, un unico animale. È il motivo per cui le operaie sono schiave della regina – non dovrebbe stupirvi più di quanto vi stupisce che le nostre dita siano in linea di massima sotto il controllo del cervello, o chi per lui. Che è comunque una cosa stupefacente, però l’abitudine eccetera, e allora.

(“però l’abitudine eccetera, e allora.”)

Il concetto era che io in realtà non ho ammazzato nessuno, mi sono solo intossicato e non so neanche se avevo il diritto di operare uno sterminio in realtà non accaduto.

Tanti saluti.

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