L’incontro sfortuito in un liceo nostrano di una tenda e una macchina da cucire

di Nelv


Diciamo che, se per ipotesi Famiglia Cristiana facesse un test del tipo Quale personaggio biblico sei?, e, supponiamolo per amor di discussione, mi trovassi ad affrontare il suddetto test, probabilmente il risultato sarebbe qualcosa come Maria di Betania: la vita contemplativa, o giù di lì, i motivi del suddetto vivere contemplativo trovandosi nella contemplazione delle pareti della camera in cui si dovrebbe studiare, o di recenti geroglifici poggiati su carta.

In una delle rare uscite ho avuto modo di assistere ad un esame di maturità, e mi piacerebbe lasciare memoria del seguente scambio tra il candidato e la commissaria esterna di italiano e latino. L’esaminando si presenta con una brillante tesina sul paradosso, inizia poi ad essere interrogato dai vari membri della commissione fino ad arrivare alla suddetta signora.

– «Mi può leggere questo brano di Lucrezio?»
[il candidato inizia a leggere, viene bloccato]
– «Me lo saprebbe leggere in metrica?» [ndr: è una maturità scientifica]
– «…»
– «Vabbe’. Mi sa dire qual è la reggente?»
– «Sì, allora… un attimo…»
– «…»
– «Non lo so.»
– «Non la trova perché non c’è, la reggente! Non è un paradosso?»

E insomma, son cose che farebbero pruder le mani anche al più acceso sostenitore della non violenza – senza contare che venir presi in giro da una donna che si allaccia una tenda alla vita e la spaccia per gonna è abbastanza umiliante. Ma accade anche questo.

 Parlando di qualcosa di completamente diverso, sto leggendo Le intermittenze della morte, di Saramago. Ora, non posso dire di avere una predilezione per la letteratura portoghese – conosco solo due autori, sarebbe ridicolo -, ma trovo Saramago un grande scrittore, e non esiterei a metterlo nella rosa dei miei contemporanei preferiti, assieme a Kundera e Murakami.
Ho dovuto così scartare la precedente ipotesi – riguardante il fatto che il nome contenesse la parola “rum”, con annesse considerazioni sull’inconscio* – sulle caratteristiche che fan sì che un autore entri nella rosa di cui sopra, ripiegando su spiegazioni che poggiano su argomenti ben meno convincenti, quali ad esempio il contenuto delle opere.

L’idea di punto in comune – a grandi linee, ma in realtà non ne esiste una versione a piccole linee – è che gli autori in questione tendono a presentare le conseguenze di un accadimento assurdo in una società più o meno contemporanea. Andando sul concreto, in Le intermittenze della morte si parla di un non meglio specificato paese in cui la gente, tutt’ad un tratto, smette di morire; la cosa vale però solo entro i confini del paese, così che appena si attraversa la frontiera di nuovo si muore.

Ecco, questo modo di scrivere è straordinariamente vicino al modo in cui si affronta un problema di fisica: è dato un piano inclinato (un non meglio specificato paese), in cui tutt’ad un tratto prende a scivolare una palla (la gente smette di morire), si analizzi il moto della palla (presentare le conseguenze). Anche il fatto della frontiera è rilevante: cosa vuol dire che appena attraversata la frontiera la gente muore? La frontiera non è mica tracciata con l’evidenziatore, e se anche fosse avrebbe uno spessore, e allora qual è la situazione di chi si trova sulla traccia? La semplificazione – della frontiera come linea – è del tutto analoga alle tante semplificazioni che si fanno nei problemi di fisica, pur di non perdere di vista il concetto principale.

Secondo me Saramago ai fisici piace. Come Kundera e Murakami, del resto.

*: ‘Kundera’ non contiene ‘rum’! E me ne sono accorto solo adesso!

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