Non si vive di solo pane

di Nelv


Oggi ho accompagnato Nicolaj in facoltà, in occasione di un esame di filosofia del diritto, e ho provato a fingermi competente della materia. La copertura è saltata subito, in compenso lui si è saputo dimostrare valente filosofo.

– «E poi c’è Bruneck (?), che non mi ricordo mai…»
– «…?»
– «Sì, quello dei tre filoni…» – «Un panettiere?»

Per l’angolo del surreale, segnaliamo i baristi del caffè del pre-esame, a cui è sconosciuta la nozione di caffè macchiato – o fanno dei piccoli cappuccini, o del latte macchiato, un po’ come se uno chiedesse di vedere un unicorno e si vedesse presentare un narvalo e un pony. Però il caffè macchiato non è un unicorno, né per fortuna il narvalo è un piccolo cappuccino (una bustina di zucchero non sarebbe bastata).
L’altro punto che lascia perplessi è la data di fondazione che il locale sembra attribuirsi, antecedente di una ventina d’anni alla scoperta dell’America, che apre tutta una serie di interessanti interrogativi: come conoscevano il caffè? Ammesso che lo conoscessero, come lo ottenevano? Ammesso che lo ottenessero, come mai in cinquecento anni non hanno imparato a macchiarlo?
Perché il pane fresco è caldo?

Mi ha più tardi riscosso da queste domande – che rischiavano di lasciarmi occupato per il resto della giornata – l’inusitata scientia sul campo di Age of Empires II di una compagna di corso di Nicolaj; dopo la proposta di matrimonio del sottoscritto – tutto sommato un atto dovuto – la conversazione è però finita in stallo, e non ho potuto verificare il livello effettivo di esperienza in merito.

Sul finire della giornata ho capito finalmente come si fanno gli integrali doppi, ed è stato forse il momento più felice a partire da Settembre, non ho ancora deciso di quale anno.

(Se avevo ancora qualche dubbio, ora posso star sicuro che c’è qualcosa di sbagliato in me.
E non è che io non abbia avuto momenti felici da Settembre di non-so-ancora-di-quale-anno, insomma, né come possa un integrale doppio causare tanta felicità – del resto, la felicità non ha fonti razionali, e dunque non c’è di che stupirsi.)

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