Opinioni ballerine

di Nelv


L’ultima (unica) occasione in cui mi sono ritrovato a scrivere della fisica e del mio rapporto con la materia è stato oltre un anno fa, e avevo voglia di buttar giù un testo intellettualoide ed egocentrico, non ottenendo tuttavia che un testo intellettualoidoide e egocentroide e due neologismi cacofonici. Quando la vita ti dà limoni…

Il breve passo sulla fisica è contenuto in una missiva di Luglio, e suona così:

È vero che tutte le scienze sono mosse da un acceso, ansioso spirito di ricerca: mi fa preferire la fisica il rigore del linguaggio che adopera, la vastità degli orizzonti, la tendenza all’astratto. Mi spiego meglio: se è vero che in assoluto il trofeo di materia astratta è da assegnare ad ambiti come l’algebra o la geometria, la fisica ha il grosso merito e il nobile scopo di identificare l’astratto nel concreto, di staccare le parabole dai fogli e disegnarle nel cielo. Principalmente questo lato della fisica mi spinge allo studio della materia, questa ricerca – coronata nel corso della storia da grandi successi – di armonie e figure ideali nella Natura, l’identificazione al di là del particolare di leggi generali.

Questa è l’idea di fisica che ho sviluppato negli anni del liceo, di una materia non astratta, ma che ricerca l’astratto – e infine: il bello. Per questo ritengo che un aspirante fisico non debba avere tra i suoi prerequisiti solo ottime capacità tecniche e precise nozioni sui fenomeni naturali, ma anche i tipi di sensibilità che mi sono impegnato a sviluppare in questi anni – nonché un bruciante desiderio di seguire e proseguire la strada di chi in passato ha fatto la storia della scienza. Con ogni probabilità è in primo luogo questo desiderio che mi porta a scrivere queste righe.

Volevo annotare cosa è rimasto di queste idee, ho finito col fare dell’altro.

Alla curiosa condizione di chi, freddo in superficie, si porta in petto un capriccio e un’incostanza inveterata – il canchero manzoniano – ben si addice lo studio della fisica e delle scienze esatte, che perdonano ai loro amanti ogni sbandata purché venga loro perdonata la patologica austerità: se chi si sente vagabondo, che studi matematica, allora chi studia fisica, che si senta vagabondo.

A questi animi peregrini, condotti a camminare per scelta dei piedi più che della testa, è interdetta ogni sosta e indigesto il sentiero troppo o per nulla battuto: passeggiano così pensosi e di loro si perde traccia, e di loro si ritrova traccia all’ultimo metro: le loro vestigia son l’antica fiamma che in bene o in male si son dovuti portar dentro, che han temuto di spegnere e che si spegnesse.

Per chi con lo stesso passo vaga per questi pensieri è fonte di sollievo il lume di chi l’ha preceduto nel cammino e nella sosta, e ora gli fa luce e gli indica una via; né gli è concesso sentir le fiamme sussurrare altere le loro storie, ognuna triste e buffa come tutte e sole le vite sanno essere.

Le storie di chi pensava di esser giunto alle spalle e non era che sulle natiche dei giganti; di chi non li sentiva parlare e si lasciò cadere, ma ecco, stavan solo dormendo; di chi arrivato in cima il cuore non è bastato agli occhi, e ha pianto, e non ne è stato più nulla.
Di chi la mareggiata ha allontanato dal glorioso porto, e chi la propria stella ha deriso o tradito, e gioca vergognoso sulla grammatica; di chi ce l’ha fatta, e ci lascia prendere olio dalla sua lanterna.

Non sappiamo per quanto saremo in grado di camminare, né se arriveremo; sappiamo di calcare con passo mortale un cammino su cui anche gli immortali eran soliti lasciar orme; sappiamo che lì, un giorno, anche alla nostra fiamma sarà permesso il riposo.
Soprattutto: comprendiamo di camminare soli.

(chissà cosa è rimasto.)

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