Guest stars – IX

di Nelv


Il libro dell’inquietudine è un libro che non raccomando ai deboli di cuore, ed è uno dei libri che amo di più: significativamente, non l’ho mai concluso.

 Il premio naturale del mio allontanamento dalla vita è stata l’incapacità che ho creato negli altri di sentire insieme con me. Intorno a me c’è un’aureola di freddezza, un alone di ghiaccio che respinge gli altri. Non sono ancora riuscito a non soffrire per la mia solitudine. Così difficile è raggiungere quella distinzione di spirito che permette all’isolamento di essere un riposo senza angoscia.
[…]
Anche se sono goffo e sgradevole a vedersi, non ho quell’aspetto così disastrato che permette di entrare nell’orbita della compassione altrui, così come non ho quella naturale simpatia che attrae l’altrui benevolenza anche quando essa non è palesemente meritata; e poi, per quanto riguarda la pietà, io non ispiro pietà, perché non esiste pietà per gli storpi di spirito. Così, mi trovo in quel centro di gravità del disprezzo altrui che non prevede la simpatia di nessuno.
Tutta la mia vita è consistita in un adattamento a questo stato cercando di evitarne l’eccessiva durezza e abiezione.
È necessario un certo coraggio intellettuale per riconoscere lucidamente di non essere altro che uno straccio umano, un aborto sopravvissuto, un folle che tuttavia non necessita di essere ricoverato in manicomio. Ma è necessaria ancora più fermezza, allorché si ha la consapevolezza di tutto questo, per adeguarsi perfettamente al proprio destino, per accettare senza rivolta, senza rassegnazione, senz’alcun gesto o abbozzo di gesto, la maledizione genetica che la natura ci ha imposto. Sarebbe troppo volere che un individuo siffatto non soffra per questo, perché è proprio della natura umana accettare il male che riconosciamo con lucidità e chiamarlo bene; e se lo si accetta in quanto male è impossibile non soffrirne.
Capirmi dal di fuori è stata la mia disgrazia: la disgrazia della mia felicità. Mi sono visto come mi vedono gli altri e ho cominciato a disprezzarmi: non tanto perché riconoscessi in me dei motivi da farmi meritare disprezzo, ma perché in quel momento ho cominciato a vedermi come mi vedono gli altri e a sentire quel certo disprezzo che gli altri sentono per me. Ho sofferto l’umiliazione di conoscere me stesso. E siccome questo calvario è privo di nobiltà e di resurrezione qualche giorno dopo, non mi è restato che soffrirne l’infamia.

[B. Soares, Il libro dell’inquietudine]

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