Non ho più l’età

di Nelv


Non è vero! La verità è: non ce l’ho mai avuta.

Ma a pensarci meglio sì, c’era stata una volta in cui ero piccolo e aveva nevicato: ricordo la cosa abbastanza bene perché avevo dei guanti ideati con ogni probabilità dallo stesso tipo che ha disegnato i mouse Apple, con tutte le dita tranne il pollice costrette a condividere la stessa tasca – il principale problema non fu il non poter cliccare col destro, ma la sostanziale impossibilità di fare a palle di neve con una specie di camicia di forza per mani, per non parlare di attività costruttive quali il montar su pupazzi di neve.
Sarà stato il periodo delle Elementari, e non ricordo la cosa con grande entusiasmo. Ma credo che allora fossi abbastanza entusiasta della neve, nel complesso.

Per la volta dopo già non avevo più l’età, iniziando invece a nutrire un certo gusto per il tepore del focolare domestico: se avessi acquisito anche una discreta abilità nel tresette avrei potuto senza fatica infiltrarmi in un centro anziani; accanto al focolare, s’intende, si suppongono essere disposti perlomeno una tazza di tè e un libro. Ma per l’epoca andava benissimo anche Super Mario Sunshine.
Non avevo neanche più l’età per sorprendermi di fronte alla neve, anche in considerazione del fatto che si faceva (fa) di tutto per banalizzare l’evento: se la giornata inizia con quindici minuti di “Nevica! Ehi, guarda, nevica!” ripetuti in maniera ossessiva, difficilmente si avrà nel corso del decennio seguente qualche sentimento di meraviglia o apprezzamento nei confronti degli stessi fiocchi, che pure di male non han fatto nulla.
Diciamolo meglio: se il principale effetto della neve è di rendere turbolento l’inizio della giornata, che nevichi altrove.

Ora nevica mentre sono qui a Trento – l’anno scorso non c’era stata neve -, e l’età interna è rimasta pressappoco la stessa. Mi sento un po’ Uncle Scrooge in Natale a Monte Orso.
Non si può dire che apprezzi un evento atmosferico che porta la temperatura al di sotto dei livelli ottimali e che rende il mio passo un tantino più goffo e incerto: faccio sì fisica, ma non ho mai detto di voler provare l’approssimazione di attrito zero; per quanto riguarda il supposto divertimento del lanciarsi addosso ghiaccio shakerato, non vedo perché dovrei trasformare i miei pomeriggi in battute di caccia: non mi piace il ruolo di cacciatore né tantomeno quello del cervo, e non si capisce perché dovrei volere interpretare entrambi.

Era un modo un po’ elaborato per riportare la condizione atmosferica di quest’oggi e di confermare con uno scritto quel che qualcuno ha detto:

 Dopo ogni acquazzone, da tutto il paese piovono poesie intitolate “Pioggia”.

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