Effettivamente mi sono dimenticato

di Nelv


Ma non dimenticato-dimenticato, è che me ne ricordavo sempre mentre stavo facendo qualcos’altro e non potevo interrompere.

Non che ci sia molto da dire, comunque: la più grande scoperta di questa settimana rimane la Legge di Benford (vd. post precedente), ma c’è da ripescare una cosa che volevo scriver qui la settimana scorsa, prima di rinvenire la cartolina.

Mi han scritto di questo Spotify, che effettivamente non fosse per la pubblicità è stracomodo: serve, mi han detto, a scoprire musica nuova; io non ho capito ancora come si fa a scoprire musica cosiddetta nuova ma ho elaborato un mio metodo: trovo una canzone che mi piace, cerco nel database solamente il titolo e mi escono diverse cover della stessa. Così mi capita di scoprire qualcosa di simpatico (non sempre).

Tra le cose simpatiche ci sono gli album di questa Janice Whaley, che ha avuto la simpatica idea di ri-cantare tutte le canzoni degli Smiths: la particolarità è che – pare – l’unico strumento impiegato nelle registrazioni è la sua voce. Non capisco bene come abbia fatto a concludere il progetto in un anno senza che le sue corde vocali prendessero fuoco, ma vabbe’ – e comunque devo aver capito male, almeno una batteria mi pare ci sia.

Ne lascio un paio, giusto per dare un’idea:

Tra i “non sempre” ci sono le cover di The boxer, che mancano almeno due punti fondamentali della canzone, secondo me:

  • (1:30-1:31) “I do declare”. Il protagonista della canzone, nell’esporre, ha un po’ del Pereira – voglio dire, racconta le sue vicissitudini cercando di giustificarsi, di spiegarsi, davanti ad un pubblico ignoto – nell’originale quel “Sì, lo ammetto” è preceduto da un attimo di esitazione, e pare quasi sforzato: è buon ritratto del pugile che, nel raccontare la sua storia, confessa quella che sente come una mancanza, ed è un buon esempio di come si possa dare profondità ad un personaggio con poco, in fondo. Nessuna delle cover che ho ascoltato aveva tratti rilevanti in questo senso.
  • (2:57-2:58) C’è uno strumento, non so che strumento sia, che suona a partire da qui solo per pochi secondi, e riesce a riportare l’attenzione sul motivetto di base, che è anche molto bello, ma dopo tre minuti nella migliore delle ipotesi uno lo sta bellamente ignorando: e in questo modo si apprezzano i due minuti finali di lailalala-lailalai senza iniziare a sbuffare. Strumento brutalmente tagliato nelle cover.

Sì, saranno anche delle pignolerie, ma è tutto quello che ho potuto trarre da svariate ore di repeat di questa stessa canzone – i tratti distintivi, quelli che la rendono qualcosa di più di una semplice canzone orecchiabile, secondo me sono fondamentalmente questi due. Voglio dire, da soli non avrebbero voluto dire niente, ma messi su una canzone simpatica le conferiscono un grande valore aggiunto, solo che ad un ascolto superficiale è difficile rendersene conto. Secondo me.

Poi c’è questa cosa per cui tra quelli che hanno fatto le cover ci sono i Mumford & sons, da cui mi aspettavo, non so, qualcosa di più. Se non sbaglio c’è questa cosa, che a me è sembrata più un calcolo cinico che una rivisitazione creativa, di mettere il ritornello a strofe alterne ma cantato più forte dell’originale – un po’ come dire, non so, Per rinnovare la ricetta del pollo arrosto lo tengo in forno per metà del tempo al doppio della temperatura. Bocciati.

E, a proposito di ascolti ripetuti, non ascoltate ripetutamente il cd della Whaley – l’ho tenuto su per una mattinata e per due giorni ho avuto un mal di testa lancinante. A piccole dosi però va bene.

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