Perché mi è piaciuto Lincoln

di Nelv


Credo sia l’ultimo lavoro di Spielberg, è candidato, ho letto o mi han detto, a diversi Oscar: ero curioso di andarlo a vedere, l’ho visto, mi è piaciuto; volevo spendere qualche riga per spiegare perché.

Inizierò dicendo che quando vado al cinema ci vado con la mia famiglia: niente più che un modo per passare del tempo assieme nei periodi in cui sono in zona, e così i film sono solitamente, diciamo, abbastanza commerciali – il che non li rende a priori privi di un messaggio o di una ragion d’essere, assolutamente, ma finisce per esporli ad alcune patologie tipiche: la più diffusa è l’inserimento a tutti i costi di una figura femminile con movenze discinte e accompagnata da un’inquadratura appropriata, ma ci sono anche scene d’azione cruente senza un perché, e insomma tutto quello che, pur non avendo alcuna inerenza ai fini del film, viene visto con favore perché stimolante qualche ormone o istinto tribale. A me questa cosa non va giù, e in Lincoln non c’è.

Infatti, ciò che è fantastico in questo film è che non contiene nulla che non sia essenziale alla vicenda raccontata e alla descrizione capillare della sua ambientazione: non c’è sequenza che non meriti un’analisi o dietro cui non si scorga una costruzione ragionata, e questo è bene.

Parliamo delle luci. Vengono usate più o meno così:

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L’idea di fondo è che la luce non ha più tanto la funzione meramente strumentale di illuminare la scena dipinta; è piuttosto allegoria di qualche valore o entità, e così il personaggio pienamente illuminato è pervaso dal suddetto valore/entità, quello che le volge le spalle lo rifiuta, chi non ne è toccato ne è privo, e giù così.

Spielberg che valore dà a questa luce? In una bella inquadratura Stevens, politico che lotta per l’approvazione dell’emendamento contro la schiavitù, emerge vittorioso da un difficile scontro al Congresso, e viene ritratto irradiato da un chiarore di fonte non ben specificata, mentre i suoi avversari restano in penombra a guardarlo impotenti. Dunque, la luce seleziona non solo chi combatte per ciò che è giusto, ma anche chi la Storia vedrà vincitore mentre difende i propri ideali ed obiettivi, l’interprete del cambiamento che sta avvenendo contro chi invano tenta di fermarlo, schiavo dei propri interessi.

Cos’altro ci dice Stevens?
Impariamo da lui una bella lezione sul pensiero americano. La storia è questa: al Congresso molti sanno che il nostro è per la piena uguaglianza dei diritti tra bianchi e neri, ma dichiararlo in sede ufficiale vorrebbe dire inimicarsi ogni singolo componente dello stesso; durante una seduta un componente della fazione avversa lo provoca, per costringerlo ad uscire allo scoperto.
Dopo un attimo di esitazione, però, Stevens rinnega a gran voce tutti i suoi ideali, con gran stupore di chi lo conosce: interrogato a proposito in privato, asserirà di non essersi pentito di aver tradito a parole ciò in cui credeva, se necessario per portare alla realizzazione di un obiettivo concreto.
Rinunciare alla questione di principio in favore dell’obiettivo concreto: è una lezione non da poco, e anche Lincoln mostra di pensarla allo stesso modo, puntando al raggiungimento di un traguardo difficile, ma che crede realizzabile, piuttosto che alla realizzazione di un ideale troppo lontano dai tempi in cui vive.

Parliamo del Presidente: il suo volto è spesso inquadrato da vicino, sempre da un lato, in modo che il viso risulti nettamente diviso tra luce e ombra; un’efficace sintesi del personaggio che il regista ha voluto rappresentare.

Il protagonista è un Lincoln costantemente incompreso, osteggiato nell’attuazione dei suoi piani anche dai collaboratori più stretti – questa non-comprensione è letterale nel film, nei movimenti di un uomo a disagio nei propri panni, costretto continuamente a piegarsi per adattarsi alle dimensioni di un mondo che non lo contiene, che nella sua meschinità non è in grado di capirlo.
Il nostro si fa carico di un obiettivo che rasenta l’impossibile e che lo assorbe completamente, privandolo di ogni serenità e costringendolo ad una lotta continua, interiore ed esteriore: una figura tormentata non dissimile da quella di un martire. Il Presidente porta da solo tutto il carico della missione di cui sente investito, e da solo (e per poco) gode della buona riuscita della stessa, visto dai suoi contemporanei come più che umano, trattato con reverenza e diffidenza, ancora una volta e ancora di più solo; e annotiamo a margine che la felicità per la buona riuscita è comunque venata dal rimorso per le atrocità commesse in guerra.

Cos’è, dunque, che divide Lincoln tra luce ed ombra?
La luce è il sentimento del necessario, della Missione: la necessarietà della guerra, di far passare l’emendamento, di non risparmiare energie o tempo al conseguimento dell’ideale.
L’ombra è la sofferenza che tutto ciò comporta: un figlio a cui non ha tempo di dimostrare il proprio affetto, che cresce schiacciato dalla figura del padre, convinto di essere da lui poco considerato; una moglie sconvolta dalle sofferenze di un lutto e che non trova tempo per consolare; un altro figlio, piccolo, con cui prova a fatica a instaurare un rapporto che tenga; le sofferenze della guerra di cui è largamente responsabile.
Lincoln soffre enormemente il sacrificio di ogni suo interesse particolare in nome della Causa, e percepisce, all’adempimento della stessa, che la propria vita è finita: l’assassinio diventa così nel film l’unico epilogo possibile di una vicenda ormai conclusa, l’uscita di scena di un personaggio che ha portato a termine il suo compito.

Ultima nota importante: non è mai chiaro che cosa spinga Lincoln a sacrificarsi per l’abolizione di schiavitù.
Fondamentalmente, religione o morale? Nel film non viene mai spiegato, e il non detto porta a domandarsi se sia effettivamente importante ciò che porta a combattere, se l’obiettivo è condiviso. La risposta del regista è senz’altro chiara.

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