Ma non facciamone un dramma

di Nelv


È come una corsa a ostacoli con troppi ostacoli, tutto molto bello però un po’ sono affaticato.

Così oggi vado al risparmio e ripropongo per la Biageide una nota che ho pubblicato domenica scorsa su Facebook.

Per la serie “Riflessioni sotto la doccia”, si propone quest’oggi un’analisi della figura del fantasma nell’Amleto di Shakespeare, con riguardo al suo valore metaforico; probabilmente son tutte cose già venute in mente a qualcun altro, ma non ricordo di aver mai letto nulla a proposito, e ho pensato che potesse interessare.

1. Fare di necessità virtù

Il teatro di Shakespeare è per sua stessa costruzione denso di metafore: siamo in un’epoca in cui il maggiore effetto speciale era una botola sul palco e i truccatori s’intendevano di maschere più che di mascara, e al pubblico era richiesto un certo sforzo immaginativo; un uomo con della latta in testa rappresentava il potente Re d’Inghilterra, uno stivale sporco di fango sottintendeva la difficile consegna di una missiva, e un sontuoso pranzo di nozze richiedeva per essere rappresentato forse una decina di comparse.

Nel breve tempo riservato allo spettacolo andavano espressi succintamente un gran numero di concetti astratti – ambizione, invidia, autorevolezza, follia -, e se lo strumento del monologo poteva servire ad illustrare i pensieri del personaggio, non poteva (ancora) essere accettato dal pubblico uno spettacolo teatrale che constasse di un solo, lungo monologo. Il pubblico vuole l’azione, il brivido, e Shakespeare, non scordiamolo, si guadagnava da vivere in base al successo dei propri spettacoli, e non per le lusinghiere critiche che oggi gli si rivolgono: fu costretto a farsi venire un’idea, o più di un’idea.

Una di queste idee è lo spettro; lo spettro non esiste, è irreale, eppure dà i brividi: una storia di fantasmi ben raccontata sa sempre affascinare l’uditorio. Lo spettro è una figura sovrannaturale che nell’Amleto è in pratica il motore di tutte le disavventure del principe danese, una figura chiave nel dramma, e allora può essere che sulla scena non rappresenti altro che se stesso? Non può essere che con lo spettro Shakespeare abbia voluto rappresentare l’irrapresentabile, così come cercava di rappresentare la regalità con della latta, o la fretta col fango?

E se sì, cosa mise sotto il panno del fantasma?

2. Ricerche sul campo

Si fa presto a dire fantasma, si fa un po’ meno presto a convincersi che ci sia dell’altro sotto: vediamo più da vicino cosa è stato messo in scena. Riassumendo:

  1. Il fantasma ha le sembianze del padre d’Amleto, re di Danimarca, ucciso dallo zio con la complicità di sua (del re) moglie; lo zio ha poco dopo sposato la moglie del fratello divenendo egli stesso re.
  2. Il fantasma fa le sue prime apparizioni sui bastioni del castello; in questo frangente appare «con la stessa nobile e bella forma guerriera con la quale la maestà del sepolto re di Danimarca soleva un tempo muovere in marcia» [Atto I, scena I].
  3. Il fantasma sbuca poi nella stanza da letto della regina; stavolta le indicazioni di scena recitano «Entra lo spettro del padre di Amleto, in vestaglia» [Atto III, scena IV].

Le apparizioni notturne sono riservate inizialmente a delle guardie fedeli al vecchio re, che poi chiamano l’incredulo Orazio, amico di Amleto e anch’egli fedele al re, che dopo aver visto l’ectoplasma coi propri occhi decide di chiamare proprio il principe di Danimarca. Ecco il passaggio:

Amleto: […] Ma che fai qui, in Elsinore? Ti insegneremo ad alzare il gomito, prima che tu parta.

Orazio: Signor mio, son venuto a vedere i funerali di tuo padre.

A: Ti prego di non prenderti gioco di me, compagno di studii: credevo fossi venuto a veder le nozze di mia madre.

O: A dir la verità, son seguite subito dopo.

A: Economia, economia, Orazio. Le pietanze arrostite del banchetto funebre, appena si furono raffreddate, vennero imbandite sul tavolo nunziale. Avess’io incontrato in paradiso il mio peggior nemico, innanzi di veder quel giorno, Orazio! Mio padre! Mi sembra di veder mio padre.

O: Oh, come, signor mio?

A: Con gli occhi della mente, Orazio.[…]

O: Signore, credo d’averlo visto ieri notte.

A: Visto? Chi?

O: Il re tuo padre.

A: Il re mio padre? […] Per l’amor di Dio, ch’io sappia ogni cosa.

[Atto I, scena II]

La rapida successione di funerale e nozze fa scorgere a molti del torbido («C’è del marcio in Danimarca!») nella vicenda della morte del re, già di suo ammantata di mistero; si tenga anche conto del fatto che all’epoca simili incidenti a corte erano quasi una routine: un grande non detto aleggia attorno alla famiglia reale. È poi importante rilevare come ad Amleto paia già di scorgere il padre, per quanto, riconosce, con gli occhi della mente.

L’apparizione negli appartamenti reali ha luogo al cospetto di Amleto e della regina. Amleto e lo spettro parlano, e subito dopo:

Amleto: Che cos’hai, signora madre?

Regina: Ohimè, che cos’hai tu, che volgi lo sguardo nel vuoto, e tieni conversazione con l’aria incorporea. […] Che cosa guardi?

A: Lui, lui! Non vedi com’è luminoso il suo pallore? […]

R: Ma di chi parli in questa maniera?

A: Non vedi nessuno, là?

R: Nessuno, eppure vedo tutto quel che c’è da vedere.

A: E non hai sentito niente?

R: Niente, all’infuori delle nostre voci. […] Tutto questo è soltanto il frutto della tua immaginazione; è una creatura senza corpo, e il tuo delirio ne è il solo artefice.

[Atto III, Scena IV]

Amleto sta discutendo con la madre per costringerla ad ammettere la sua colpa, ma lei continua a negare; lo spettro esce di scena, e dopo qualche altro scambio la donna capitola.

3. Ricordarsi del tempo felice nella miseria

Mi serve solo aggiungere che in tutto il tempo del dramma incombe sulla Danimarca la minaccia delle truppe di Fortebraccio di Norvegia, che a torto o a ragione porta guerra al re danese per riconquistare alcuni territori precedentemente sottratti al padre: aggiunto quest’ultimo tassello viene spontaneo interpretare il fantasma come il ricordo del re defunto, rievocato da tutti coloro che ne rimpiangono la presenza.

Il ruolo dello spettro diventa quello di rappresentare, in un’epoca in cui il flashback cinematografico non è disponibile, l’atto del ricordare: I soldati sulle mura esterne del castello vedono il re in armatura, e negli appartamenti interni Amleto lo ricorda in vestaglia.

Il dramma diventa in questa prospettiva non solo una rappresentazione della vendetta, ma anche della tragedia di un lutto non elaborato, da parte prima di una corte che ha perso il proprio sovrano e con esso la pace, e poi, e soprattutto, di un figlio che ha perso prematuramente il proprio padre; Amleto impazzisce per il dolore, desidera il padre ancora vivo al punto di immaginare di parlarci ancora: una sorta di gravidanza isterica al contrario, se volessimo avvicinare il suo male a qualcosa di più noto.

Quando lo spettro incarica Amleto di uccidere lo zio è allora Amleto stesso che si commissiona l’omicidio, illudendosi forse – illusione comune – che uccidere l’assassino possa in qualche modo riportare in vita la vittima; il dilemma tra essere e non essere si ribalta nel conflitto tra non accettazione e accettazione del lutto, dove il rassegnarsi ad un evento irreversibile è visto come una sconfitta, e nell’insistere nel ricordo si suppone una maggiore nobiltà d’animo.

Amleto sa che la strada dell’Essere lo porterà a soccombere, ma non sa immaginare una vita diversa: rigetta l’amore di Ofelia e si oppone ad ogni sforzo di distrarlo operato dal nuovo re (il quale, va detto, ha un certo interesse a far sì che si rassegni); il nostro vede infine la propria vita come tutta tesa ad un obiettivo, quello di onorare ad ogni costo il ricordo del padre scomparso, e respinge con l’intolleranza dell’invasato qualsiasi tentativo di guarirlo.

Così il dramma di Amleto è, tra le altre cose, il dramma di non saper andare avanti, o meglio, di non saperlo, né volerlo, desiderare. Anche i ricchi piangono.

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