Campi coltivati

di Nelv


A cielo e denaro, a cielo ed amore.

E protetti da un filo spinato.

Per come la vedeva De André, credo, ad imbrigliare il pensiero delle persone erano la società, la famiglia e le tradizioni, tutte e tre ad imporre dei valori – un vago sentimento religioso, la necessità del denaro, la ricerca dell’amore – tanto profondamente da renderli irremovibili e far soffrire il poveretto così conciato: non che lo trovi falso, ma sembra riduttivo, e un po’ semplicistico, scaricare tutte le colpe all’esterno.

Ci vuole – ci vorrebbe – coraggio per rinnegare una felicità passata, o meglio, per rinnegare il modello di una felicità passata; non farlo conduce grossomodo ad una vita tragicomica, in cui per metà o tre quarti del tempo si è sogghignanti osservatori di una realtà che si sente ormai priva di qualsiasi stimolo, e per la restante metà o quarto del tempo si tenta goffamente, spinti da un sentimento di solitudine o malinconia mordente, di ricreare la felicità passata, fallendo.
Non serve appellarsi a leggi trascendenti per motivare il fallimento: è semplicemente difficile, e molto vicino ai limiti dell’impossibile, ricreare le condizioni fortuite che in passato furono fonte di qualcosa di positivo, ed è quindi normale che si fallisca: ma si spera nell’eccezione, nel miracolo, nel se non questa volta, la prossima.

Rinnegare il suddetto modello vorrebbe d’altronde ammettere che quel modello di felicità non è l’unico possibile, che ne esistono altri e potenzialmente migliori, che in fondo la coltre scura che ci si ostina a trascinarsi dietro non è affatto giustificata da una grande perdita: la felicità persa è ordinaria, e una reazione straordinaria è di conseguenza ridicola, indifendibile, esecrabile, eccetera eccetera. Vuole anche dire ricominciare, legittimamente, ad assumere un atteggiamento in certo qual modo passivo nei confronti dell’esistenza: non più alternativamente un rifiuto di tutto ciò che viene offerto o la vana ricerca di qualcosa di molto particolare, ma una sorta di apertura ad ogni nuovo (e)vento, ad ogni imprevisto; corrisponderebbe quindi uno stile di vita attivo, così come all’atteggiamento “attivo” ne corrisponde uno passivo.

Diceva una conoscente che sì, gli uomini saranno anche isole, e sì, se uno vuole potrà anche mettersi a tagliare tutti i ponti di collegamento, ma le persone importanti finiscono sempre per arrivare col paracadute; ultimamente però mi è iniziata a sembrare un po’ una scusa per continuare a piangersi addosso, e poi c’è questa cosa del dover spezzare la metafora per non essere costretti a visualizzare isole che piovono dal cielo. In paracadute, poi.

Io comunque la biageide di oggi volevo scriverla sul fatto che quando vado dal parrucchiere provo imbarazzo a guardarmi allo specchio, poi nel tragitto mi son perso qualcosa.

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