Transistor

di Nelv


La storia vera.

(di solito non scrivo: perdonatemi gli errori di varia entità disseminati nel testo)

America, annus domini 1947.

Mentre l’Europa scava tra le proprie macerie alla ricerca di una nuova stabilità, gli Stati Uniti estendono definitivamente la propria egemonia sul vecchio continente; forti di un’economia largamente rinforzata dalla guerra, enti pubblici e privati investono grandi risorse nello sviluppo tecnologico, portando in pochi anni ad un grande innalzamento della qualità della vita e ad un nuovo modo di concepire la vita stessa: i quotidiani che l’anno prima riportavano entusiasti la realizzazione dell’ENIAC, macchina grande quanto gli intelletti che l’avevano prodotta e pesante quanto gli sforzi necessari all’impresa, sono ora impegnati nell’analisi dello scenario internazionale, minacciato dalle aspirazioni sovietiche all’Impero; ma gli Stati Uniti sono ben decisi a non farsi intimidire.

In una riunione alla Casa Bianca del gennaio 1947 un vertice tra forze governative e i maggiori imprenditori a stelle e strisce decide lo stanziamento di enormi fondi per la creazione di laboratori che i privati dovranno gestire “nell’interesse della sicurezza della Nazione”: a capo della delegazione degli imprenditori siede William Shockley, il giovane e ambizioso presidente dei Bell Laboratories. Era costui un uomo forse non bello ma di indubbio carisma: sempre ben vestito e di modi cortesi ma decisi, sapeva molto bene ciò che voleva, e la fortuna non gli aveva mai fatto mancare i mezzi: si trovava tuttavia in una situazione difficile, quando, qualche mese dopo la riunione e nonostante le grandi risorse a disposizione, i risultati delle ricerche risultavano ancora scarsi quanto insoddisfacenti.

La fortuna si vestì in quell’occasione di un cappellino di paglia, abbinato ad un grazioso vestito a righe: era un Aprile piuttosto caldo, e Caroline Bell, nell’ineccepibile logica femminile dell’epoca, aveva pensato bene di doversi procurare nuovi indumenti per presentare il nuovo fidanzato alla famiglia.
John Bardeen era un ometto timido, calato in un corpo forse un po’ troppo ingombrante per lui, che si muoveva a disagio nei suoi stessi panni: e se nel pranzo con la famiglia della sua ragazza seppe far cadere tre volte le posate e rovesciare una volta la brocca del vino e due il bicchiere pieno d’acqua, questo non distolse William dai discorsi che ogni tanto farfugliava impacciato; non erano ancora arrivati al dessert, e già il destino del giovane Bardeen era segnato: avrebbe dovuto lavorare ai Bell Laboratories.

«Così ti occupi di fisica, ho sentito.» iniziò William dopo pranzo.
«Io, eh, sì… insomma, sì, è quello che studio.» rispose John. «Non che, be’, possa fare molto di più, ora.»
«No? La fisica moderna ti annoia?» incalzò William.
«No, no, tutt’altro, ma per chi si è laureato, ecco, da poco… per uno nella mia situazione, non è facile, uhm…»
Per qualche motivo il giovane fisico stava diventando paonazzo. Si intromise Caroline:
«A John era stato promesso un posto all’università, ma pare che sia subentrato qualcuno con parentele più…» – venne interrotta bruscamente prima di finire la frase
«Cara, non dire così! Walter è un ottimo scienziato e incidentalmente il nipote del rettore, ma è un ottimo scienziato!»
«John, all’università serviva un fisico, e Walter è un ingegnere: e un bravo ingegnere non vale quanto un fisico.» tagliò corto lei.
«E insomma» – a William brillavano gli occhi – «John è in cerca di lavoro. E se avessi una proposta per te?»

Caroline rinfacciò per lunghi anni al fratello il naufragio di quel fidanzamento: sotto la dispotica guida dell’imprenditore John passava intere giornate dietro la scrivania, perso nei calcoli e vagante nelle congetture, alla ricerca di un’intuizione che ogni giorno sentiva più vicina, ma che tardava ad arrivare; in un altro colpo di genio, William persuase Walter Brattain, l’uomo che aveva tolto a John il posto in università, a lavorare part-time per lui: «La paga non sarà alta» – gli aveva detto, ghignando – «ma non dovrai fare altro che sederti alla scrivania davanti alla sua, e almeno fingere di lavorare a qualcosa: al resto penserò io».
Brattain aveva accettato con piacere l’offerta, e lui e John diventarono così colleghi: era loro riservato un ufficio in un edificio poco distante dal blocco centrale dei laboratori, e si può dire che i due lavorassero in uno stato di quasi isolamento; John non amava troppo la spavalderia dell’ingegnere, e lo infastidiva la facilità con cui sembrava arrivare ai suoi obiettivi: ma lo stimava, ed era stufo di passare le proprie giornate da solo con i suoi fogli. Brattain non aveva d’altro canto nessuna antipatia per John: non sapeva di avergli soffiato il posto di lavoro, né aveva mai sentito il suo nome prima; soprattutto, John era per lui ciò che lo aveva portato ad avere uno stipendio per passare dei pomeriggi a far nulla, e non poteva che essergliene riconoscente.
William sperava di stimolare l’inventiva del fisico procurandogli un concorrente, ma aveva fatto di più: gli aveva trovato un amico.

Arrivò placidamente Giugno. Un pomeriggio Walter, entrando in laboratorio, trovò la scrivania di John curva sotto il peso di un grande macchinario, che copriva la pur non esile figura del fisico; John fissava l’oggetto cercando di non farsi distrarre dal ronzio che produceva.
«John! Cosa combini?»
«Hmm…»
«John! Mi senti?» Si avvicinò al macchinario.
«Wally, scusa, sei tu… scusa, è che, questo… coso, fa rumore, e non sentivo…. dimmi!»
«Cosa combini?»
«Vedi questo contatto aperto? Se trovassi il modo di collegarlo qui» – e indicò una presa dall’altra parte della macchina – «senza cortocircuitare il tutto, potremmo avere un dispositivo che amplifica la corrente in entrata a costo zero. Ma non capisco come fare…»
«Per nulla facile, eh? Ma fammi sapere se arrivi a qualcosa!»
«Eh, certo…»
«Allora a dopo!»
Bastò quella pacca sulla spalla a portare il polso scoperto di John sul contatto, e i riflessi di Walter furono meno pronti della corrente che prese a scorrere attraverso il corpo del fisico verso il pavimento: John cadde riverso a terra, e per due ore rimase esanime.

L’incidente sembrava non aver lasciato tracce nella vita dei due, che spesso e volentieri ne scherzavano – Walter amava parlare dello scarso senso pratico dei fisici teorici, e John si era ripromesso di non poggiare più sulla sua scrivania qualcosa di diverso da carta, penna o caffè -, ma John aveva potuto notare come della polvere di germanio fosse rimasta, in seguito alla forte scarica, cicatrizzata tutta attorno al polso destro: la fascia grigiastra era agevolmente coperta dal largo orologio che era solito portare, e preferì tenere nascosta la cosa; trovo inoltre che una lieve pressione nella zona interessata lo aiutava a trovare le giuste intuizioni per i problemi teorici che stava affrontando: probabile effetto, si disse, del germanio rilasciato nel sangue, e di lì portato ai neuroni.

Grandi risultati vennero di lì a pochi giorni con l’invenzione del transistor, e William comunicò a Walter che il suo compito era di fatto esaurito; l’ingegner Brattain, nel frattempo, aveva però pensato che lo stipendio dei Bell Laboratories fosse più che sufficiente per il suo tenore di vita, e aveva lasciato il lavoro all’università. Trovatosi di fatto disoccupato, spiegò la situazione a John: questi mantenne il segreto del germanio, ma decise di ricompensare Walter per il suo involontario aiuto: nel 1956 John Bardeen, Walter Brattain e William Shockley ricevono il premio Nobel per la Fisica.

A chi si meraviglia della presenza di William tra i premiati gioverà sapere che l’allora Presidente degli Stati Uniti Eisenhower volle congratularsi di persona con l’imprenditore, tanto da chiedergli di scegliere da sé una ricompensa: e pare che alla Casa Bianca non mancassero i mezzi per fare pressioni su Stoccolma.
Walter Brattain seppe impiegare saggiamente la fama e il denaro del prestigioso premio, e continuò a vivere una vita abbastanza spensierata per poter essere chiamata felice; John in futuro non ebbe più bisogno di chiudersi per ore in laboratorio, ed ebbe tutto il tempo di tirar su una famiglia e buttar giù peso.
Il suo segreto morì con lui, e ad oggi John Bardeen è l’unico uomo ad avere vinto due premi Nobel per la fisica.

John Bardeen

John Bardeen

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