Una lettera

di Nelv


(una missiva, insomma)

Diciamo che inventare un destinatario è per il mittente un modo un po’ elaborato di inventare se stesso.

Gentilissimo F.,

ho ricevuto con grande piacere la tua ultima lettera, e sono felice di leggerti in forma come mi auguravo: la bella stagione è alle porte – di più, ormai nell’atrio, e ha già poggiato il cappotto sull’appendiabiti -, e non possiamo più, temo, permetterci quell’appiccicosa pigrizia dei pomeriggi invernali, quando un leggero mal di testa diventa un’ottima scusa per gettare al vento ore su ore, in compagnia solo di un vago senso di colpa.

Proprio in virtù di questa nuova, fresca aria primaverile sono stato oggi felice di trovarmi a passare del tempo in Piazza di Spagna: mi sono subito diretto verso la scalinata, ho cercato un posto un po’ defilato e mi sono seduto il più quietamente possibile, a gambe incrociate, sul marmo.
Non serve, vero?, che ti descriva quante e quali sensazioni comunichi Piazza di Spagna; ben più di me sai quanti e quali autori ne abbiano scritto, e non voglio battermi con questi contendenti: parliamo piuttosto della vista di tante persone in un posto tanto grande come una piazza; storditi dall’umanità circostante e dal bellissimo setting, piccoli gruppi umani fluiscono l’uno nell’altro ignorandosi reciprocamente, e da una prospettiva anche solo leggermente rialzata (quale può essere quella resa disponibile da una scalinata) si assiste in terra a ciò che di solito si ammira nel cielo: il movimento di uno stormo. Una volta compiuto il parallelo è impossibile non rimanere affascinati, e per diversi minuti sono rimasto in contemplazione: poi ho spostato lo sguardo al cielo vero, per così dire.

Se capiti in Piazza di Spagna, siediti dove mi sono seduto io, e guarda in alto a destra: tra tutte le case altere, imbellettate come vecchie signore, troverai la zia un po’ distratta; la casa di cui ti parlo, e che riconoscerai a vista, ha la facciata perfettamente in ordine, ma il fianco è certo mal messo, e sembra quasi una di quelle bellissime torte nunziali, che, una volta aperte, mostrano nei loro strati tutti gli ingredienti prima nascosti. C’è in questa vista, e sono sicuro sarai d’accordo, un appeal concettuale piuttosto che estetico – non è la vista dell’intonaco biancastro ad attrarre lo sguardo, è il passato di quella casa dall’intonaco evocato: la perfezione per esser tale non ha tempo né storia, e così le facciate, che pure col loro colore rabboccano fino all’orlo le pupille, comunicano ben poco in questo senso; ciò che è imperfetto è invece in divenire, e così quella nota stonata, quella zia bislacca, ha reso questa serata in famiglia se possibile ancora più gradita. Se capiti anche solo a Roma, te ne prego, prova: e fammi sapere se provi lo stesso.

Un po’ di pioggia mi ha per fortuna trattenuto dalla deriva più cupa che stavano prendendo i miei pensieri: sai quanto sia difficile calmare i morsi di un affetto passato, e un’inquietudine, una leggere e sostenuta brezza nell’animo, mi ha portato per un attimo a vedere la cara V. seduta accanto a me; quanto è ridicolo, quanto è buffo che accada ancora a quasi cinque anni di distanza: e ha del grottesco che io non possa che immaginarla quindicenne, quando il treno dei quindici anni è ormai lontano dalla stazione.
Mi era seduta accanto, ti dicevo, e rimanendo io seduto abbiamo potuto alzarci e tornare, come quel Febbraio di quattro anni fa, al caffè Greco, e prendere ancora una tartina con i lamponi, ed essere imbarazzati per quei camerieri così eleganti; e di nuovo sono andato al bancone, e con goffa spavalderia ho pagato per entrambi: e ancora i suoi occhi brillavano per l’ammirazione e la tenerezza di quegli atteggiamenti puerili, e, ecco, una goccia mi ha fatto tornare ben seduto appena ho toccato le sue labbra. Spero di non aver avuto un’espressione troppo curiosa, perché sarò ormai nei rullini (rullini? Espressione d’altri tempi!) d’un centinaio di turisti giapponesi.

Con questo concludo il resoconto della mia breve sosta in Piazza di Spagna: ti prego di scrivermi presto, e, se possibile, di venirmi a trovare anche prima.

Un abbraccio,

– N.

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