Dizionario

di Nelv


Ho bisogno di mettere i puntini sulle i.

Sensibilità [sen-si-bi-li-tà] s.f. inv.

La sensibilità è un funambolo con una testa sproporzionata, molto più grande del resto del corpo, che rischia di cadere ad ogni capriccio dell’aria per quell’inopportuna smisuratezza; ma è anche sensibilità essere impantanati nelle sabbie mobili, con la differenza che decidere di non muoversi potrebbe essere altrettanto sconveniente che dimenarsi follemente, e non rimane che augurarsi di arrivare vivi all’istante successivo.
La sensibilità è fatta di due momenti, quelli in cui si ritiene questo pregio una malattia e quelli in cui si ritiene questa malattia un pregio; disciolta nel sangue, infetta tutto l’organismo senza impiantarsi in nessun luogo in particolare, legando a doppio filo la sua vita a quella dell’ammalato. La sensibilità è raramente dissociata da una forte impressionabilità nei confronti del sangue: viene così da domandarsi se i sensibili mancanti di quest’ultima caratteristica non abbiano finito in passato per tagliarsi le vene prima di figliare; è sensibilità domandarselo, è sensibilità ridere della propria pochezza per non averne il coraggio, è sensibilità piangere di questa pochezza, poi ridere del pianto, infine augurarsi che il sonno vinca presto e i neuroni smettano di far strazio dei nervi.
La sensibilità è vivere ogni sentimento di gioia come se si venisse materialmente alzati da terra, e la stessa sensibilità si trasforma in orrore quando, terminata la gioia, ci si sente di nuovo attratti alla terra. Sensibilità è non piangere più quando ci si è schiantati per l’ennesima volta.
La sensibilità è il dolore come una religione, accolto come una medicina necessaria perché non si riesce a concepire un dolore al contempo frequente, intenso e immotivato; la sensibilità è essersi appena rotti il braccio e da soli cercare di ricomporre la frattura: lo si può fare bene o male, ma il dolore aumenterà comunque, e così non si capisce se il male aggiuntivo che ci si infligge serve almeno a guarirsi. Sensibilità è esser nati sepolti dalla valanga, e muoversi alla cieca sempre a un soffio dal soffocamento; sensibilità è soffocare senza morire, ogni giorno.
La sensibilità è commerciabile, e il sensibile la impasta col suo stesso sangue: il risultato è tuttavia indistinguibile e per certi versi inferiore a quelli ottenuti impastando del fango, e così l’imitazione viene trattata come l’originale e l’originale come imitazione; il maggior pregio della sensibilità è di ridurre il rischio di essere investiti, perché porta a passare le serate soli in casa propria: i sensibili non sono, come si crede, rari, ma semplicemente poco densi.
Sensibilità è chiudere a chiave il proprio balcone in vista di una serata nera, sensibilità è avere una canna da pesca al posto delle braccia e vivere nella foresta; per alcuni sensibilità è avere un talento per la caccia ma esser nati cervo. Sensibilità è non illudersi più che piangere o vomitare butti fuori il malessere, ed è anche sensibilità capire che si può bere quanto si vuole, ma non si vomiterà mai l’anima; alcuni non ci credono, e per costoro è sensibilità bere a dismisura.
Sensibilità è cucirsi sul viso un’espressione e non poter sorridere perché le cuciture fan male, ed è anche sensibilità trovare più confortevoli quelle tristi. La sensibilità non è che parole, a volte dette e più spesso scritte, è il fumo sbiadito di un arrosto vegano; la sensibilità è l’invenzione che nobilita l’ordinario soffrire di un animo meschino: la sensibilità è un post su un blog di periferia.

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