Da «In caso di spontaneità»

di Nelv


Una riflessione che mi è piaciuta.

Su questo a mia madre avrei potuto dare ragione – cioè: avrei potuto darle ragione se avesse teorizzato quello che io ho successivamente teorizzato al posto suo -, e cioè che le situazioni, conosciute o no, non è che si fermino una volta che ti sono piombate addosso, permettendoti di startene lì tranquillo a godertele o a tirare il fiato, non funziona così. Dalle situazioni devi per l’appunto uscire, che siano buone o cattive devi trovare il modo di venirne fuori bene, perché tutte le situazioni, anche la situazione in cui tu non stai facendo niente e gli altri stanno facendo qualcosa, richiedono alla fine che tu faccia qualcosa. Se dai un ordine e un altro lo rispetta, è richiesto che tu sappia cosa fare mentre l’altro esegue un tuo ordine, è richiesto che tu sappia cioè gestire la situazione che prevede un tua superiorità o priorità gerarchica nei confronti di un altro essere umano, un po’ quello che succede quando vinci senza essere un vincente, quel tipo di imbarazzo che ad esempio io ho sempre provato nel vincere e quel tipo di strana e tutto sommato piacevole rilassatezza che invece ho sempre provato nel perdere, una rilassatezza che è andata crescendo sempre di più a mano a mano che mi rendevo conto, le volte in cui vincevo, che vincere richiedeva una mia reazione – un mio essere un degno vincente o un vincente credibile per controllare e non esacerbare il naturale e spontaneo odio che la persona che hai battuto o che ti sta osservando prova nei tuoi confronti nel momento in cui vinci e dopo che hai vinto – e che questa situazione in cui mi venivo a trovare quando vincevo non era una situazione gradevole, vincere era gradevole ma nel complesso non lo era, vincere ed essere odiato non era gradevole, essere invidiato non era gradevole, avere una reputazione da difendere non era gradevole, essere costretto a ripetermi o ancora peggio a superare me stesso non era gradevole, il senso di vuoto e la percezione della vanità di una vittoria e quindi del’Esistenza non erano gradevoli, insomma in tutta questa faccenda del vincere, la situazione di aver vinto, non potevo semplicemente starmene lì a guardarmi quando avevo vinto, dovevo mettere in moto un complicato sistema di azioni e reazioni per venirne fuori, e allora ecco che vincere faceva risaltare quanto in realtà fosse nel complesso molto più confortevole perdere, perdere ed essere in perdente, un simpatico innocuo (e necessario, visto che non c’è vincente senza perdente) perdente che avrebbe potuto solo eventualmente migliorare nelle gare future e che, una volta finita la gara che stava perdendo, avrebbe potuto tornarsene a casa tranquillo, in disparte, senza tutti gli occhi puntati addosso e un manipolo di nuovi nemici, libero di concentrarsi sul già consistente problema di aver forse aumentato l’odio che gli altri potevano provare nei suoi confronti solo per il fatto di aver tentato di vincere, di essersi messo in competizione, di aver tentato e quindi di aver pensato e quindi di pensare in generale di poter essere, in qualche occasione, migliore di un suo simile.

[M. Zucconi, In caso di spontaneità – La signora Aiello]

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