Sul vuoto

di Nelv


Non ne posso più di pensare a sottotitoli.

L’avrò già scritto, mi ripeto: non credo sia possibile non avere niente da dire, credo che la sensazione di non avere niente da dire discenda piuttosto dall’avere molte cose da dire ma nessuna appropriata all’occasione. Un po’ come quando si dice non ho scelta, intendendo in realtà ho scelta, ma delle due opzioni una è talmente insopportabile che non voglio prenderla in considerazione.

Quest’ultima frase è pero spesso sottintesa non solo nelle parole, ma anche nei pensieri: l’altra scelta – che pure deve esistere, il secundum non datur è un’impossibilità logica – si sente come la confusa percezione di un’assenza, ma certo il fatto di sapere che manca qualcosa non dà molte informazioni sull’oggetto; non è semplice sapere quale sia l’altra scelta, o, nel mio caso attuale, cosa avrei in realtà da dire.

Si penserà: son solo speculazioni, la verità è che nulla è successo e nulla hai da raccontare. Può essere, ma dal momento che in questo blog gli eventi latitano e i pensieri abbondano, si dovrebbe piuttosto supporre che io non abbia pensato nulla nell’arco della settimana, e che quindi non abbia nulla da riportare – ma è possibile non pensare?

Per trovare ciò che si ha da dire ma che non si vuole dire, è buona norma rimuginare sul perché la cosa che si ha da dire non emerge alla luce del sole, ed è il più delle volte giusto concludere che dev’essere un pensiero che turba o irrita, e lo fa al punto da essere rinchiuso nelle segrete e non poter uscire quando viene chiamato all’aria aperta; questa diffusa sensazione di assenza, questo camminare tra i pensieri cercando quello adatto e che si vorrebbe presentare ad un supposto pubblico – un po’ come quando ad una festa affollata per qualche motivo non si trovano le proprie conoscenze, e si vaga tra la ressa lamentando a gran voce non c’è nessuno -, questo è quanto ho oggi in testa.

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