Nino non aver paura

di Nelv


Povero, povero Bonucci.

Non amo guardare le partite di calcio, ma sentendo che l’Italia giocava contro la Spagna e sperando di potermi gustare un’altra fiera del surreale, col portiere della squadra avversaria che chiede all’arbitro di fischiare la fine per fermare la mattanza (qui) e i commentatori che pregano di essere colti da infarto per non essere costretti a dover dire qualcosa, sperando e sentendo tutto ciò, dicevo, mi sono messo davanti al televisore.

Tutto sommato è stata una bella partita: anni addietro, quando ostentavo un genuino disprezzo per il giuoco del calcio, mi consigliarono di guardare le partite osservando (e eventualmente apprezzando) il puro atto sportivo, senza curarsi delle casacche, di cogliere il passaggio nitido, un buono scatto, un tiro ben piazzato o l’assist riuscito, senza curarsi del chi, come o perché; da allora tento di fare così, e guardare una partita ha smesso di farmi schifo, per quanto lo stesso non possa dire dei tifosi accaniti: ma questa è un’altra storia.

Della partita di giovedì mi è piaciuta particolarmente la retorica impiegata dai cronisti, buttata senza ritegno sul tavolo dopo 90 secondi: li abbiamo messi in difficoltà, va già bene così. Inutile dire che i poveretti non pensavano di cavarsela con meno di un due a zero, tre a uno per i cugini ispanici, e invece, minuto dopo minuto, gioivano della gioia dei Trecento alle Termopili: la disfatta è inevitabile, ma in realtà abbiamo già vinto, siete stati costretti a sudare la vittoria. In un’immagine:

Do what you must

Uno stato di estasi si è poi protratto per primo tempo, secondo tempo e supplementari: nelle voci dei commentatori vibrava il tono stupefatto del condannato a morte davanti ad un plotone d’esecuzione a cui si sono inceppati, contemporaneamente, tutti i fucili. Il gol non arrivava, e non si capiva perché.

I nostri, col 4 a zero ancora ben vivo in memoria, si trattengono anche durante il drammatico rituale dei rigori, augurandosi evidentemente di poter sfogare più tardi le speranze ora inespresse – quand’ecco Bonucci.

Il nostro ha l’aria dell’ammiraglio Ozzel in procinto di riferire a Darth Vader la sua maldestra manovra (il conseguente «Lei mi ha deluso per l’ultima volta, Ammiraglio.» rimane nella storia), e, forse ispirato da questa intergalattica figura, decide di tentare l’impossibile: sdegna la porta, e porta il pallone a incastonarsi dritto nelle Pleiadi, là dove osano le cagnette Laika; si dà purtroppo il caso che il nostro non abbia fatto altro che cogliere in fallo il già debole modello del moto parabolico – il pallone esce dallo schermo con una folgorante traiettoria a linea retta -, ed è già tanto che il pallone, dopo il decollo, non si sia tatuato sui connotati di qualche ignaro spettatore, colpevole solo di trovarsi tra le rovine di un grande progetto, al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Con tutto questo, sono solidale con Bonucci, neanche a me piace la logica del rigore; ma, con tutto il bene che gli voglio, sono contento che quel rigore abbia dovuto tirarlo lui e non io (in pantofole non riesco mai a dare l’effetto).

E poi, le Pleiadi, si vedono anche da quell’emisfero? Mica lo so.

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