No play

di Nelv


Ieri un mio amico, volontario alla Croce Rossa, mi parlava di un esame di simulazione  che aveva fatto poco tempo prima.

Si trattava di comportarsi come se, ad esempio, avesse avuto un infarto, in modo da permettere ai volontari meno esperti di esercitarsi con qualcosa di più, ecco, «user-friendly» di un manichino. Allora mi è venuta in mente una cosa.

Alberto uscì di casa di buon’ora, come ogni mattina; come ogni mattina fece i cinquantaquattro gradini che separavano la porta del suo appartamento dal portone del condominio, e come ogni mattina fu tanto fortunato da arrivare davanti alle strisce pedonali proprio nel momento in cui il semaforo era per lui verde. Diversamente dalle altre mattine, una macchina non parve accorgersene.

Tanto distratto quanto pronto di riflessi, l’uomo alla guida staccò gli occhi dallo smartphone giusto in tempo per incrociare gli occhi di Alberto e frenare: la sua station wagon si fermò a non più di dieci centimetri dal ginocchio sinistro dello spaventato ma incolume pedone, che aveva appoggiato una mano sul cofano come a cercare sostegno, mentre con l’altra cercava nelle tasche… un portacipria? E quella matita?

Il signor Flavini, fino a qualche secondo fa un probabile omicida, colse immediatamente l’evolversi della situazione: uscì dalla macchina imprecando, prese dal bagagliaio il triangolo e lo pose dietro la vettura, e mentre con il tono di voce rotto dal pianto spiegava ad un centralinista dove si era verificato l’incidente, il telefono stretto tra la spalla e l’orecchio, correggeva la posizione di Alberto sull’asfalto, spargendo un liquido rossastro un poco attorno alla gamba, un poco vicino ai fianchi. Stava rifinendo il trucco sul volto quando Alberto sentì le sirene dell’ambulanza e gli sussurrò Arrivano, lascia stare, va bene così.

Ecco che dal retro dell’ambulanza escono due infermieri con la barella, l’autista scende dal posto di guida e si avvicina ad Alberto e al signor Flavini, il quale, soffocando le risate, gli chiede Mi faccia salire in ambulanza, la prego, e nel rispondere di sì, senz’altro, le spalle di quell’omaccione robusto che è l’autista cominciano quasi a tremare, scosse dal riso, ma si intromette Alberto, Vi prego, no, altrimenti vien da ridere anche a me e non la smetto più, poi si sbava il trucco. Gli infermieri han poggiato la barella accanto al corpo dell’infortunato (?), lo tiran su di peso, mentre il nostro, esanime, debolmente si lamenta, mormora il nome di qualche familiare. Almeno sulla barella poteva salirci da solo, borbotta uno dei due infermieri, mentre torna a bordo del furgoncino bianco che già sfreccia verso l’ospedale.

Codice rosso, fateci passare! In portineria una segretaria copre tossendo le risate della sua meno professionale collega, e concitatamente esorta gli infermieri a portare Alberto in sala operatoria, Subito, ala destra, il dottor Ceschi è già stato informato del caso, e infatti il noto chirurgo è già lì, accanto al lettino, attorniato da uno stuolo di anestesisti, assistenti, infermieri e due dei suoi migliori studenti, giovani promesse della moderna medicina.
Bisturi! – la lama smussata, di plastica, scivola sull’addome, lasciando naturalmente la pelle intatta. Per più di due ore si armeggia attorno al paziente, tra risolini soffocati gli studenti si danno di gomito, regolarmente redarguiti dagli infermieri più anziani. Il caso è disperato.

La barella esce dalla sala operatoria ben più lentamente di come era entrata, uno degli infermieri si avvicina ad una ragazza in attesa del suo turno dal dentista, le mette una mano sulla spalla, Mi spiace, suo padre non ce l’ha fatta. Pianti, disperazione della giovane, tanto più che Flavini, il pirata della strada, è ancora lì, Bastardo, lei è un bastardo, cosa ha fatto, Flavini prova a scusarsi, non sa che dire, nella sala d’attesa cala il gelo.

Le esequie sono qualche giorno dopo. Sonia, questo il nome della ragazza, passa a prendere Alberto sotto casa e assieme si recano nel parcheggio a due passi dalla chiesa: Alberto nel suo vestito nero è impeccabile, il trucco stavolta deve essere opera di un professionista, Con i canini un po’ più allungati saresti un ottimo vampiro, sorride Francesca. Impassibile Alberto le molla un ceffone, Sarà meglio che ti esca qualche lacrima, non manca neanche mezz’ora, poi si stende nella bara. Gli impresari delle pompe funebri sono già lì.

La funzione è breve, non mancano amici recenti e passati di Alberto venuti a rendere l’ultimo saluto, quasi tutti volti sconosciuti in realtà, com’è ovvio. La tomba viene calata giù nella fossa, qualcuno improvvisa parole di commiato, c’è ancora qualche pianto, poi cala il coperchio, e il becchino procede a ricoprire di terra il tutto. Il mesto corteo si allontana, è rimasto ora solo quello stesso becchino, e… cos’è questo rumore? Da sottoterra sembra quasi che vengano…
Il becchino si allontana, e intanto pensa, Ma che professionista, così non ce ne sono più. Poi finge di andare a pranzo.

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