Germanica – III

di Nelv


Inizio quasi ad abituarmici.

La mia attuale coinquilina ha un’abilità di orientamento e interpretazione delle mappe che potrebbe facilmente essere scambiata per un superpotere: se inizialmente quello che mi colpiva era il saper riconoscere esattamente la posizione di un luogo una frazione di secondo dopo aver visto la mappa, quello che adesso più mi sorprende è la sua capacità di cogliere i sensi di scorrimento delle strade, fatto assolutamente non banale se si lavora con carte in cui ad una strada a due corsie corrisponde una semplice linea in grassetto.

In compenso io continuo a perdermi lungo il tragitto da casa all’università, ma è soprattutto il rientro a darmi problemi.
Il problema del percorso all’andata è che devo cambiare due autobus, scendendo dal primo dopo appena 4 fermate: se esco di casa prima degli altri, come a volte accade, invariabilmente subentra qualche pensiero sui massimi sistemi o similia (l’ultimo era: la morte può essere conseguenza del dolore/della felicità o ne è sempre unicamente un’alternativa?) e arrivato alla decima fermata mi accorgo di non aver cambiato; finisco così per arrivare in università alla stessa ora dei miei coinquilini, che però dormono come minimo un quarto d’ora di più.
Il problema del rientro è che non ho ancora capito come si incrociano gli autobus, quindi o faccio un tragitto lunghissimo raddoppiando se non triplicando il tempo minimo di percorrenza o tento uno dei molti possibili miglioramenti e percorro a piedi chilometri (oh be’, molte centinaia di metri) prima di arrivare a una fermata più o meno nota. In ogni caso pranzo tardissimo.

Per via di quella che in senso lato si potrebbe chiamare globalizzazione, appena arrivato qui ho pensato Le nazioni ci dividono, il cemento ci unisce; quando poco tempo dopo ero a tavola con degli asiatici che mi cantavano la loro versione di Fra’ Martino ho deciso che un migliore aforisma potrebbe appunto recitare Le nazioni ci dividono, Fra’ Martino ci unisce. Se in Spagna il testo coinvolge comunque delle campane, con la fastidiosa variante del Din dan don al posto di Din don dan, a qualcuno potrebbe interessare sapere che in Cina la filastrocca coinvolge due tigri che corrono nella foresta, una senza orecchie e l’altra senza occhi: io sono rimasto terrorizzato ancora qualche giorno fa, figuriamoci come avrei reagito da bambino.

Le mie amicizie di qui hanno la passione per le fotografie, mi trovo così spesso di fronte ad un obbiettivo, a volte consapevolmente e a volte no: quando non posso fingere di non essermene accorto mi è richiesto di produrre delle silly faces, disciplina in cui non ho mai primeggiato, riuscendo tutt’al più a produrmi in un’espressione stupita; sto comunque facendo pratica e conseguentemente progressi, ma devo dire che avevo già rilevato come la sostanziale impossibilità di esprimersi con mezzi propriamente verbali sviluppi repentinamente le capacità di comunicazione non verbali – gesti, smorfie, cambiamenti di tono -, in maniera non dissimile dallo sviluppo dei restanti sensi alla perdita di uno degli stessi.

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