Ritratto dell’artista da giovane

di Nelv


È il titolo più bello di tutti.

A me Joyce non piace, ma prima di sapere che il libro fosse suo, appena ho saputo che un libro si chiamava Ritratto dell’artista da giovane, ho capito che una delle cose che nella vita mi ero prefissato di trovare già l’aveva trovata qualcun altro: un grande sollievo, da queste parti gli obiettivi non mancano.
Comunque: visto che disponiamo di un tesoro di questo genere, sarebbe peccato non farne uso – non è come dire visto che La Monna Lisa è stata dipinta, tappezziamoci tutti i muri, è più qualcosa come Visto che hanno inventato la ruota, utilizziamola -, e quindi voglio utilizzarlo per il post di oggi. Questo per il titolo.

Per il contenuto, pensavo in realtà di buttare giù tre ritratti, ridotti ad uno perché a) le differenze tra i tre sarebbero state troppo grandi b) così posso usare il titolo di cui sopra.

Quando Jody mi chiese cosa intendessi con «You don’t look really Asian», le dissi di immaginarsi il giappone feudale sostituendo alle classiche calzature dei samurai degli speroni, e applicando alle loro casacche una bella stella da sceriffo: nessuno metterebbe in dubbio, proseguii, di trovarsi in Oriente, ma non sarebbe possibile ignorare una sottile e indelebile infiltrazione occidentale. Lei mi ascoltò solo a metà, continuando a sostenere che fossi nel torto, ma adesso quando penso a Jody vedo un samurai con katana e speroni stagliarsi di fronte ad un tempio buddista giapponese.

A pensarci bene, il samurai con gli speroni potrebbe non essere la prima immagine evocata da Jody, e sicuramente non è l’unica. Ad esempio, ci ho messo moltissimo a capire come camminasse, e non mi riferisco solo al passo, ma alla postura che nel complesso assumeva quando camminava.

Braccia: tutto il braccio sinistro è rigido, disteso lungo il fianco senza esservi appoggiato, e al termine del braccio la mano è mantenuta quasi parallela al terreno; il braccio destro è appoggiato sulla borsa color panna, che per la lunga tracolla le arriva quasi sotto il bacino, e la mano in questo caso segue il contorno della borsa, sostenendone il fondo.
La testa continua a muoversi come a volersi sgranchire il collo, continuando a guardarsi intorno e in particolare in alto, salvo quando un obiettivo viene agganciato: in tal caso lo sguardo è fisso verso quel punto, e il passo aumenta come a voler ridurre al minimo il periodo di immobilità, o come se nel fissare Jody trattenesse il fiato. Nell’atto del camminare quasi non c’è spazio tra i piedi, tenuti perfettamente paralleli, e il piede poggia completamente; la falcata è inesistente, con la punta di un piede che ogni volta sfiora il calcagno dell’altro.

Mi spiegò che, dopo un lungo periodo di forzata sperimentazione, aveva concluso che il suo era il modo più veloce di spostarsi a piedi senza aver bisogno di correre: provando a camminare come lei mi sono reso conto che, specie aumentando il passo, sembra di avanzare su una fune, e così si spiega la postura rigida, mani comprese, che aiuta a mantenere l’equilibrio.

Di Jody notereste forse una buona pronuncia di «Sblocco delle porte – utilizzare solo in caso di emergenza», dovuta a quasi un’ora di ripetizioni e correzioni della frase in questione, stampata a chiare lettere su di un treno diretto ad Hannover; notereste la strana abitudine di passare improvvisamente da una serietà quasi funerea al riso, e viceversa, e una certa disinvoltura nell’uso del denaro. In una sola parola, Jody è indifferenza, disposta ad applicarsi a qualsiasi attività ma incapace, pare, di sincera affezione ad una qualsiasi di queste.

Jody ha concluso un master in architettura, ma la sua carriera universitaria è iniziata come studente di arte, e ancora dipinge; un suo dipinto, però, non l’ho visto mai.

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