Belle speranze

di Nelv


Finalmente la spensieratezza.

Ogni volta che passo un esame sto male; ogni volta che fallisco un esame mi sento meglio.

La sensazione dopo che provo dopo avere passato un esame è sempre di sollievo, mai di gioia, subito gravata dal pensiero: Anche stavolta l’hai scampata, è vero, ma la prossima? È un po’ quello che riportava il brano da In caso di spontaneità che ho riportato qualche mese fa, e in particolare:

[…] vincere era gradevole ma nel complesso non lo era, vincere ed essere odiato non era gradevole, essere invidiato non era gradevole, avere una reputazione da difendere non era gradevole, essere costretto a ripetermi o ancora peggio a superare me stesso non era gradevole […] vincere faceva risaltare quanto in realtà fosse nel complesso molto più confortevole perdere, perdere ed essere in perdente, un simpatico innocuo (e necessario, visto che non c’è vincente senza perdente) perdente che avrebbe potuto solo eventualmente migliorare nelle gare future e che, una volta finita la gara che stava perdendo, avrebbe potuto tornarsene a casa tranquillo, in disparte, senza tutti gli occhi puntati addosso e un manipolo di nuovi nemici.

Non mi tocca forse troppo la parte dei nemici, sento invece gravare il peso della cosiddetta reputazione, e sento il peso della stessa diminuire ogni volta che viene tradita: un processo non indolore ma purificante, un po’ come disinfettarsi. La questione è soprattutto interna, la reputazione che si sente di avere è quella che ci si attribuisce, ma non per questo – e anzi, forse proprio per questo – il fastidio e il sollievo ne sono sminuiti.

Quest’idea passa in fisica sotto il tappeto dei legami molecolari: se l’umile atomo di carbonio vuole il posto fisso in un diamante, dovrà rinunciare alla sua energia ed essere disposto a prendere eternamente un ruolo e una posizione; la stessa idea è alla base della “specializzazione” degli organismi cellulari: una cellula staminale può assumere qualsiasi ruolo, perché non ne ha assunto nessuno; un neurone non può diventare nient’altro, perché ha assunto un ruolo molto specifico. Non sorprende d’altronde che quantomeno nel nostro secolo siano presenti di queste paranoie – e così un mio problema diventa un problema dell’Umanità, altro sollievo -, dal momento che per lavorare pare si debba essere indispensabili, saper fare qualcosa che nessuno o pochi altri sono in grado di fare, scegliere un campo ristretto ed essere lì sovrani.

Libero per il momento dal peso del dover dimostrare qualcosa, sto di nuovo giocando a fare l’intellettuale a tutto tondo (il mio gioco preferito), pizzicando un po’ di tutto senza interessarmi veramente di niente. Le giornate sono fresche, tira un po’ di vento e prima di andare a dormire mi dico che non so se l’anno prossimo dormirò ancora nello stesso letto: e mi sento un atomo di carbonio in fuga dal diamante.

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