Vaghi riferimenti

di Nelv


Far pieghe agli angoli delle pagine non basta più: devo cominciare a trascrivere le citazioni che mi piacciono.

In realtà è una cosa che ho già iniziato a fare, ma solo con le letture più recenti e/o affezionate: capita così che abbia in camera un quadernino pieno di estratti dal Mestiere di vivere o di sonetti di Shakespeare, ma ora che confusamente mi torna alla memoria una citazione, forse di Murakami, che suona come sentirsi a casa vuol dire avere un posto dove vale sempre la pena tornare, ma non è esattamente così – così è banale, l’originale mi aveva colpito -, ora che questo accade non so dove trovare l’originale. Google non aiuta.

Mentre scrivevo mi è venuto in mente che una volta avevo pubblicato una nota su facebook in cui avevo trascritto delle citazioni di Murakami: fortunatamente c’è quella che cercavo. Direttamente dal 19 Aprile 2010:

[…]- Avevi una ragione precisa per non poter più restare a casa?
Scuoto la testa. Non so come spiegare.
[…]
– Sentivo che se fossi rimasto lì, sarei stato danneggiato in modo irreparabile – dico.
– Danneggiato? – chiede, socchiudendo gli occhi.
– Sì.
[…]
– Potresti spiegarmi più concretamente cosa intendi per essere danneggiato?
[…]
– Voglio dire essere costretto a cambiare, trasformandomi in qualcosa che non c’entra niente con me.
La signora Saeki guarda con profondo interesse.
– Ma essendo soggetti al tempo, non siamo tutti prima o poi comunque danneggiati, costretti a cambiare?
– Se davvero è inevitabile, almeno è necessario avere un posto in cui poter tornare.
– Un posto in cui poter tornare?
– In cui valga la pena tornare. (pgg.269-270)

Ho lasciato il sottolineato che avevo introdotto a suo tempo. Se sul finire delle superiori temevo di cambiare, di essere sfinito dalla solitudine e accettare qualsiasi maschera pur di trovare una compagnia, ora temo che rimanendo dove sono smetterei di cambiare; se sul finire delle superiori ritenevo che tutti i miei problemi fossero dati non da ciò che ero, ma dal luogo in cui mi trovavo, ora ritengo che si inizi a diventare “qualcosa che non c’entra niente” con se stessi quando ci si dà un ruolo, una definizione, e questo accade inevitabilmente vivendo a lungo in uno stesso posto:  per questo sento il bisogno di partire, di andare via.

Voglio anche un posto dove vale la pena tornare: ora sto benissimo, ma mi sento come qualcuno che viene volentieri ospitato piuttosto che qualcuno che è a casa. Mi piace molto stare qui, ma so che prima o poi dovrò andarmene, perché sono l’ospite e non il padrone, e allora voglio un posto dove poter andare; per quanto stia bene, per quanto voglia ancora restare, è necessario che io vada, non può essere altrimenti. Non posso evitare di sentirlo.

Quando ho lasciato il natìo borgo avevo un sacco di conti in sospeso, e ho passato l’ultimo mese di residenza lì a chiuderli: ora questo non accade, perché ho imparato la lezione e mi sono mosso diversamente. Vorrei però lasciare qualcosa come lascito, qualcosa che ricordi a me e alle persone con cui ho condiviso questi mesi che sono stati dei buoni mesi, trascorsi in fretta come coi buoni mesi accade: i ritratti sembrano un buon passo in questo senso, anche se la cosa andrebbe ampliata, e forse troverò il modo di farlo. Intanto ne lascio un altro.

I capelli di C. sono sempre un disastro, ma sono bei capelli: se anche l’acconciatura è inesistente, non si tratta nel suo caso di una trascuratezza data da una mancanza d’igiene quanto di uno spirito in questo senso acqua e sapone. Capelli di questo tipo, tenuti in questa maniera, possono comunicare un’idea di intimità e di purezza, nel senso di mancata artefazione: si capisce allora perché risultino quantomeno non sgraditi al pubblico maschile e siano sovente criticati da quello femminile, trattandosi di un fascino che non si ottiene spendendo tempo o denaro dal parrucchiere o nel proprio bagno. Se non lo si ha, si possono solo tentare brutte imitazioni.

Credo che tutta la sua sensualità si arresti qui, come anche buona parte della sua femminilità; rimane a far pendant con la «genuinità» di cui sopra una quasi totale assenza di malizia nei rapporti umani, che priva ogni contatto fisico con lei di rigidità, di difese a priori: l’altra faccia della medaglia è che la malizia è anche assente in come si veste, e un corpo dalle forme piacevoli si trova così quasi sempre involontariamente brutalizzato da indumenti troppo mascolini.

Non è stato per nulla facile arrivare a capire qualcosa di lei, ed è per questo che adesso ho qualcosa da scrivere: mi mette una gran tenerezza il modo in cui passa da atteggiamenti di esagerata sicurezza, con mento leggermente rialzato e sguardo fiero, ad espressioni di smarrimento, il più delle volte immediatamente cancellate da un sorriso. Poggia la sua sicurezza fuori da se stessa, su pilastri teoricamente molto saldi, quali sono ad esempio quelli religiosi, ma all’atto pratico spesso di difficile utilizzo: da qui discende lo smarrimento in situazioni in cui non sa come applicare le sue norme, da qui discende l’obiezione in principio a qualsiasi discussione su ciò in cui crede.

Sarebbe persona di valore, non lo è del tutto perché non ritiene di esserlo: ritiene di valore ciò in cui crede, ritiene di valore la fonte di queste sue convinzioni, probabilmente pensa a sé come ad una persona fortunata, o più arrogantemente salvata. Più volte ho trovato difficile spingerla al pensiero autonomo, e non condivide affatto la mia passione per il mare magnum delle contraddizioni, delle retoriche fallaci e delle discussioni capziose: per questa ragione mi spingo a dire che la sua sensibilità intellettuale nei confronti delle altre persone è limitata, laddove è grandissima la sua sensibilità emotiva.

Avere maggiore confidenza con lei permetterebbe di avere qualcuno davanti a cui piangere è veramente liberatorio: la consolazione intellettuale punge, brucia e disinfetta, mentre la consolazione emotiva di C. avvolge e culla, non offre rimedi perché non chiede quale sia il problema: non è poco, e più spesso di quanto si possa pensare è l’unica cosa di cui si ha veramente bisogno per stare meglio. Questo avvolgere le persone non deve essere gratuito, e sospetto che per C. sia in qualche modo stancante.

In parte l’ho analizzata con successo, in parte ho dovuto cedere ad un compromesso tra il mio approccio intellettuale e il suo essere emotivo: da un certo punto in poi ho smesso di volerla capire, e ho preso a volerle bene.

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