Sul Mestiere di Vivere

di Nelv


Il mestiere di vivere è uno dei miei libri preferiti, volevo un po’ parlarne.

Mi sono iscritto alla newsletter dell’Urban Dictionary il 4 Luglio del 2009, e da allora mi arrivano giornalmente le Urban words of the day. Quella del 7 Novembre era

Brain fact
A thought that you believe to be true. The “facts” are completely fabricated and are supported by zero empirical evidence whatsoever. The only qualifier is that you believe the fact to be true.

Questi brain facts possono essere (a) delle falsità belle e buone, (b) più spesso versioni volgari e spurie delle antinomie kantiane: quello che voglio dire è che si tratta generalmente di convinzioni legate ad una particolare visione della vita, impossibile da screditare perché in un certo senso questione di gusti – si pensi ad esempio al classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Nel corso dell’esistenza ci si trova a selezionare, più o meno consciamente e in base alle proprie esperienze e alle sensazioni da queste ricavate, dei brain facts, e tramite questi si analizzano e filtrano le esperienze successive. Il motivo per cui Il mestiere di vivere mi piace particolarmente è che io e Pavese abbiamo un numero impressionate di convinzioni comuni, esposte dall’autore in maniera chiara e concisa. Qualche esempio?

[…] in tutte le cose noi cerchiamo soltanto la possibilità futura. Se sappiamo che una cosa la potremo fare, saremo contenti e non la faremo forse nemmeno.

Se è vero che l’individuo si accoppia di preferenza al suo contrario (la «legge della vita»), ciò nasce dal fatto che esiste un orrore istintivo di esser legato a chi esprime i nostri stessi difetti, le nostre idiosincrasie, ecc. La ragione è evidentemente che difetti ed idiosincrasie, scoperti in chi ci è vicino, ci tolgono l’illusione prima da noi nutrita – che fossero in noi singolarità scusabili perché originali.

Come si vede, non sono assolutamente fatti veri a priori, e anzi, sono del tutto opinabili. La cosa interessante di tutto questo gioco è che dopo aver raggiunto una certa quantità di facts non c’è bisogno di crearne di nuovi, e anzi, non è possibile farlo senza sostituire i vecchi: così, se si trova un insieme di convinzioni, e ovvero una visione del mondo, abbastanza stabile, la propria vita non è che una conseguenza logica della suddetta visione, e le proprie azioni discendono immediatamente dalle convinzioni assunte.

Ora prendiamo in esame questi tre statements (il primo e il terzo formulati nel Novembre 1937, il rimanente nell’Ottobre 1940):

Qualunque sventura, o ci si è sbagliati e non è una sventura, o nasce da una nostra insufficienza colpevole. E siccome sbagliarci è colpa nostra, così di qualunque sventura non dobbiamo incolpare altri che noi.

Per consolare il giovane cui succede una disgrazia, gli si dice: «Sii forte, prendila con fegato; sarai corazzato per l’avvenire. Una volta succede a tutti, ecc.». Nessuno pensa a dirgli quello che invece è vero: questa stessa disgrazia ti succederà due, quattro, dieci volte – ti succederà sempre, perché, se sei così fatto che le hai offerto il fianco ora, lo stesso dovrà accaderti in avvenire.

Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente.

Quello che viene detto è che (a) La causa della nostra sofferenza siamo noi, (b) Non c’è modo di smettere di soffrire, (c) Soffrire è inutile. Stiamo male, non abbiamo nessuno con cui prendercela, non possiamo far niente per migliorare le cose e tutto il soffrire non porta a nulla: si capisce come nel sistema assiomatico di Pavese il suicidio non sia tanto una scelta quanto una necessità logica: in questo sistema di convinzioni esiste nella vita un’unica cosa sensata da fare, ed è uccidersi.
Per questo trovo Il mestiere di vivere un libro – sono serio – pericoloso, e non smetto di meravigliarmi che il diario intimo di un suicida sia stato dato alle stampe in maniera tanto leggera.

Esaminando i tre assiomi sulla sofferenza di cui sopra, ci si accorge anche di come sia sufficiente toglierne uno perché il suicidio non sia più una necessità. Tre esempi:

  • Il pensiero cattolico nega il terzo, ammettendo sia l’origine interna del soffrire (concetto di peccatore) sia la necessità del soffrire (concetto di espiazione), ma dando uno scopo alla sofferenza (ricorso alla figura divina);
  • l’american dream viene realizzato dal più forte: migliorarsi è sempre possibile (secondo assioma negato), ma la causa del fallimento è da ricercare in se stessi e il fallimento è privo di qualsivoglia valore (primo e terzo confermati);
  • l’idea tedesca di Lebensraum scarica sull’esterno la causa delle proprie sventure (primo assioma), trovando così rimedio ad un male necessario (dato dal naturale bisogno di espandersi) e che non ha un senso in sé.

Su Pavese ci sarebbe ancora molto da dire, ma queste sono alcune delle riflessioni secondo me più importanti che si possono estrarre dal suo diario, e forse importanti anche da tenere a mente.

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