Alta fedeltà

di Nelv


A cosa?

Una persona con potenzialità affascina più di una persona realizzata: in una persona realizzata vediamo chiaramente ciò che non è, in una persona con potenzialità – sottinteso: inespresse – siamo troppo impegnati a immaginare cosa potrebbe essere per pensare a cosa non potrà mai essere; del resto, quando quest’ultimo pensiero si presenta con troppa insistenza siamo portati a concludere che l’individuo in questione non ha grandi potenzialità, e la fonte del fascino cessa di esistere.

L’essere in potenza lascia tutti d’accordo, perché ognuno è libero di immaginare per un terzo il futuro che desidera: se non in maniera totalmente arbitraria, certo più di quanto gli sia in generale concesso di cambiare la situazione di qualcuno che è realizzato.
D’altro canto la condizione di eterno fanciullo o germoglio non è sempre gradevole per chi è portato a viverla per lungo tempo; scrive Pessoa: «Sarò sempre quello che aveva delle potenzialità». Tentare di percorrere ogni strada senza al contempo percorrerne nessuna, tramite la creazione di un ortonimo immobile e di eteronimi che vivono in mondi totalmente separati, scrivendo e pensando lingue e concetti totalmente alieni l’uno dall’altro: è il dramma della scelta, e rimane da capire se il poeta portoghese seppe risolverlo o ne fu vittima. Spero di poter leggere presto qualcosa di Kierkegaard per avere qualche migliore argomentazione a proposito.

Quello che non capisco è in quale modo, crescendo, si diventi fedeli ad un’idea di identità immutabile. Dove, quando nasce il sono fatto così? La domanda è tanto più interessante quanto più si procede nel considerare che nessuno è fatto così, e che una cristallizzazione inizia nel momento in cui per la prima volta si pensa a se stessi come in qualche modo determinati, in atto e non in potenza. Dire di non voler uscire a fare una corsa perché non se ne ha voglia è un conto, sostenere di non farlo perché si è fatti così è una sorta di inerzia della mente non a priori nociva, ma certo curiosa per l’osservatore esterno.

Il nove aprile dell’anno scorso, come ventesima guest star, avevo riportato questa poesia di Ungaretti:

PESO

Quel contadino
si affida alla medaglia
di Sant’Antonio
e va leggero

Ma ben sola e ben nuda
senza miraggio
porto la mia anima

Devo dirlo: se si deve essere fedeli a qualcuno, meglio a Sant’Antonio che a se stessi. Il fedele ha almeno la decenza di ripetere: mea culpa, l’arrogante sestessista giustifica a gran voce la sua scelta, e porta non una medaglia con l’effige del santo, ma una grande bandiera col proprio volto. Non mi piace.
Quello che invece mi piace della poesia in questione è che il contadino è carico del medaglione, mentre il poeta solo dell’anima nuda: eppure chi arranca è quest’ultimo, che porta i pesi delle proprie debolezze, senza soffocarli dietro una divinità che si implora o ad un ego venerato; e se penso a quest’umanità di vanagloriosi, imploranti e striscianti, anch’io ho voglia di dire miserere nos, Domine.

[In chiusura, mi viene in mente che c’è anche una citazione di Shakespeare che fa al caso della discussione e che mi capita di ricordare; visto che sono citate tutte e tre le tipologie, la riporto per completezza di trattazione:

What should such fellows as I do crawling between heaven and earth?

È dalla prima scena del terzo atto dell’Amleto. Posticiperei eventuali analisi ad un altro post.]

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