Treni

di Nelv


La retorica del viaggio.

È un po’ tardi per dedicarsi a riflessioni a ruota libera. Volevo solo dire: esiste una retorica del viaggio, ed è appunto ormai perlopiù retorica.

Non è vero che non conta la meta e che quel che conta è il viaggio: fa piacere salire sul vascello incantato, fa meno piacere scendere a Fregene quando si potrebbe essere ai Caraibi. Credo – credo – che il benessere dato dal viaggio sia soprattutto dovuto all’illusione del movimento: c’è un movimento fisico e questo induce a pensare ci sia un movimento verso i propri obiettivi; chiaro che le due cose sono in realtà pienamente indipendenti, ma mettersi su un treno, su un autobus, un aereo etc. dà l’idea di star portando avanti qualcosa, una qualsiasi cosa.

Si tratta, quindi, di un momento in cui ci si può riposare, in cui delle divertite passioni / per miracolo tace la guerra, e ci si può dire: Quel che posso fare, lo sto facendo, e da me non esigo altro.

È un’illusione benigna: ma chiamiamola col suo nome. E basta con l’ipocrisia del viaggio come reale meta, degli sforzi per lo scopo come reale scopo: per continuare a citare, l’esperienza è ciò che si ottiene quando non si ottiene ciò che si vuole. L’esperienza del viaggio è un contentino che si avrebbe comunque.

Se poi il viaggio è lo scopo fin dall’inizio, lo si dica e siam tutti d’accordo.

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