005 – Locus horridus (i)

di Nelv


Le vaste aree boschive disseminate per tutta la nazione sono praticamente disabitate, e fertile terreno per racconti più o meno fantasiosi.

Uno dei miei preferiti narra di come i suddetti boschi sono disabitati perché il viandante che tenti di avventurarvisi perde dopo pochi metri la vera e propria nozione di distanza; subentra – è riferito – una nozione di distanza boschiva, per cui lo sventurato è in grado di dire soltanto sotto quale particolare albero si trovi: come diretta conseguenza, gli è anche possibile determinare se a coprirlo sono le chiome di un particolare gruppo di alberi (“Sono nel versante est”); e se gli alberi in questione non sono troppi può cercare di determinare quali fronde si intrecciano nello spiazzo in cui si è seduto a riposare. Ma non distingue oltre, e due oggetti che si vengono a trovare sotto lo stesso arbusto sono per lui attaccati, sovrapposti, un tutt’uno.

Le sue grida di terrore arrivano così fino alle case costruite sul limitare del bosco: non si fatica a comprenderne la causa, se guardando la propria mano se la ritrova a un palmo dal naso, e anzi, attaccata alle stesse palpebre e fin dentro l’iride; se vede le proprie caviglie attaccate alle ginocchia, e queste al bacino, e pur tutto intero incespica e cade.
Se poi casualmente arranca sotto un altro albero, può allora scoprire distinti i suoi polpacci ancora coperti dal precedente – ma è solo un attimo di sollievo: appena li tira a sé, lo strazio ricomincia.

[parte 2]

Annunci