007 – Locus horridus (ii)

di Nelv


[parte 1]

Sono naturalmente disponibili delle variazioni sul tema: eccone due.

La prima propone l’esistenza del Bosco Fine. Se lo si sorvolasse da sufficiente distanza apparirebbe, ci dicono, come il tappeto di chiodi di un fachiro: e infatti il bosco è tutto costituito dalla stessa tipologia di albero, con tronchi tanto sottili da sembrare steli di fiore e una singola fogliolina in cima. 

Sono piante alte, e crescono a distanza ravvicinata: fortunatamente i tronchi sono piuttosto flessibili, così che si potrebbe avanzare nel bosco facendosi strada come tra l’erba alta; un’erba che, però, avvolge completamente, lasciando a malapena spazio per un filo di luce.

Il sortilegio agisce così in modo da far sentire il viandante completamente spezzettato, diffuso su centinaia di arbusti: ogni dito, ogni falange, unghia, pellicina sono entità a sé stanti e tuttavia connesse; come per una colonia di formiche, l’uomo è ora diviso in frammenti che sente indipendenti ma non autonomi, ed è tutto un brulicare di esserini che sono le sue stesse membra: rimane solo da sperare che una delle operaie riesca casualmente ad uscire alla luce.

La seconda variazione è speculare. Se il Bosco Fine con la sua muraglia di alberi è facilmente riconoscibile ed evitabile, l’Albero non avverte il viaggiatore con altro che la sua stazza: in villaggi a chilometri di distanza la sua sagoma si staglia nelle luci dell’alba, e richiama quella a fungo di un’esplosione atomica; la chioma, ci raccontano, cresce in accordo con la curvatura del suolo terrestre.

Certo non ci si aspettava che l’Albero costituisse di per sè un bosco, e della peggior specie: giunti al fresco delle sue foglie si è all’improvviso compattati in un punto, e la rada che si scorge al di là dell’imponente tronco pare tanto vicina quanto l’estremità da cui si è arrivati. Quando più persone giungono contemporaneamente sotto l’Albero, finiscono così per vedersi come un tutt’uno, e non fanno che torcersi e agitarsi convulsamente, nell’inutile tentativo di districarsi l’una dall’altra: accade solitamente che un pietoso arciere ponga fine alle loro sofferenze.

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