015 – Click

Ho riaperto la porta della stanza, ed era come l’avevo lasciata: la scrivania piena di fogli e ammeniccoli vari, vestiti buttati sul letto e sulla sedia, i libri accatastati sul comò; la roba sporca nel suo cestino, e uno scontrino sul pavimento con l’inchiostro ormai scolorito, perché non mi va di raccoglierlo. Nel cestino i cartoni dei Kelloggs’.

In camera sua, il mio coinquilino portava avanti la solita partita di League of Legends, spassandosela, e veniva da ridere anche a me; i fornelli si sono di nuovo anneriti, il caffé stenta a finire, ed è sopravvisuto anche alla Pasqua.

Sono uscito per vedere C., ed anche lei era uguale, e siamo andati nello stesso parco dove una volta l’ho baciata, siamo anche passati davanti anche allo stesso posto, credo; abbiamo preso due tazze di cioccolata calda, e quando per sbaglio ha rovesciato parte della mia – neanche a dirlo – aveva un’aria contrita, e io voglia di abbracciarla, e baciarla di nuovo. E invece no, e questo era diverso?

Sono andato a letto, e stamattina mi ha svegliato la luce che sempre entra dalla finestra ad est: e davanti ancora il comò pieno di libri, accanto i vestiti stropicciati, la scrivania lì a raccoglier polvere.

Non possiamo, non voglio, rimanere in trappola. Deve esserci qualcosa che fa fare click nella testa, e dire: si inizia di nuovo; c’è un altro input; c’è qualcosa di più da fare, che non hai fatto, da vedere, che non hai visto, da pensare, che non hai pensato. E invece la gabbia me la son portata dietro, cercando di scrollarmi di dosso l’apatia esattamente come avrei fatto un mese, due, tre mesi fa, e a posteriori la cosa è così assurda che vien da ridere.

A casa ho messo delle scarpe da ginnastica ai piedi, e ho corso fino al parco.
Lungo l’Adige ci sono molti conigli, sul grigio, e non scappano se qualcuno si avvicina; davanti al quartiere delle Albere, tirato su da poco, c’è uno spiazzo con delle panchine, e tanti altri corridori della domenica son lì a far stretching; c’è un ponte in costruzione, e di là dal ponte ancora un cantiere. Dalle cuffie l’app Zombies, run! mi comunica che sto correndo per portare in salvo una bambina in qualche accampamento, credo, e le comunicazioni sono intervallate dalla traccia Magic33, scaricata da bandcamp e della durata di più o meno quarantacinque minuti. L’ultima volta che ho corso era così: ultimo semestre a Trento, S. che sfumava via, e davanti un mondo. E il sole sula pelle mi scaldava, così come qualche minuto fa a Westpark. Click.